La recente vertenza sui lavoratori della Embraco ha visto il ministro Carlo Calenda prendere una posizione molto dura nei confronti dell’azienda che si rifiuterebbe di portare la trattativa su toni ragionevoli dimostrandosi insensibile al valore delle persone e fortemente carente sotto il profilo della responsabilità sociale dell’impresa. Il passaggio successivo ha visto un colloquio con il commissario Vestager per verificare che non ci siano stati aiuti di Stato illegittimi e valutare la possibilità di avviare un fondo straordinario in deroga alla normativa sugli aiuti di Stato che consenta di ammortizzare gli effetti sociali delle delocalizzazioni produttive verso i paesi dell’est.
Premesso che è perfettamente legittimo da parte del ministro perseguire la politica industriale che ritiene più opportuna c’è una questione di fondo, più generale che mi pare non sia stata discussa e che va al di là della singola vertenza. Prima di evidenziarla, stante anche la delicatezza della materia, vorrei ribadire la massima solidarietà ai lavoratori che in questi giorni vedono in pericolo la propria stabilità e augurarmi che ci possano essere delle soluzioni che riducano il più possibile l’impatto sociale connesso a questa vicenda specifica.
La domanda scomoda è la seguente: se abbiamo i costi del lavoro e il fisco di un paese ricco e sviluppato, come pensiamo di poter competere su produzioni che ormai sono alla portata dei paesi in via di sviluppo? Al netto delle possibili irregolarità che la Vestager non mancherà di censurare e gestire auspicabilmente le criticità più urgenti con un eventuale fondo che ammortizzi la transizione, dove andiamo dopo?
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