L’eterno ritorno della patrimoniale

Ci troviamo ad affrontare la crisi economica più seria del dopoguerra, che ha colto il nostro paese in un momento di particolare fragilità. Decenni di scarsa crescita economica, produttività stagnante e spesa pubblica squilibrata per qualità e quantità avevano portato il rapporto debito/Pil intorno al 130% un livello critico già alla vigilia della pandemia. Secondo le prime stime le misure destinata ad arginare il deterioramento economico del sistema dovrebbero portare molto probabilmente la dimensione relativa del debito oltre il 150% mentre la possibilità di riportare l’Italia su  un sentiero di crescita rimane una sfida ancora da cominciare.

Come resistere alla tentazione di introdurre una bella imposta patrimoniale? Come non cogliere l’occasione per sfoderare un po’ di retorica a basso costo sul togliere ai ricchi per dare ai poveri?

Un emendamento alla legge di bilancio firmato da deputati di Leu e del Pd e chiede l’abolizione dell’Imu e dell’imposta di bollo sui conti correnti e di deposito titoli, per sostituirle con un’ imposta patrimoniale dello 0,2% “sui grandi patrimoni la cui base imponibile è costituita da una ricchezza netta superiore a 500 mila euro”. I primi firmatari sono Nicola Fratoianni, che fa parte della componente di Sinistra Italiana in Leu, e Matteo Orfini, della minoranza Pd.

Il ragionamento, tanto semplice quanto logicamente fallace e politicamente illusorio recita più o meno: chi non è ricco, non deve preoccuparsi perché non è soggetto alla nuova imposta, chi invece è abbastanza ricco da pagarla non dovrebbe lamentarsi.

Cosa non funziona in questo approccio? In primo luogo le imposte patrimoniali presentano diverse criticità sia in merito alla difficoltà di misurare la base imponibile sia per quanto concerne la liquidità degli attivi soggetti all’imposta. Per esempio un artigiano che possiede un appartamento e una bottega nel centro storico di Roma potrebbe facilmente avere un patrimonio immobiliare con valore di mercato teorico superiore ai 500mila euro, ma a causa del fatturato venuto a mancare per via della pandemia potrebbe non avere i soldi per pagare l’imposta e percepire la nuova misura come il colpo di grazia in un anno particolarmente negativo.

Ma il tema della liquidità ha un impatto anche sulla misurazione del valore del patrimonio. Quanto vale un albergo chiuso da un anno che basava il suo fatturato su viaggi di lavoro che potrebbero essere spariti per sempre? Quanto vale un’azienda di turismo che aveva un fatturato ingente fino allo scorso anno ma che difficilmente potrà tornare a fare utili nel breve termine?

Insomma per quanto appaia semplice togliere ai ricchi per dare ai poveri come nella leggenda di Robin Hood tassare il patrimonio è una questione complicata ed è più probabile che si presti ad aumentare le ingiustizie piuttosto che a raddrizzare i torti. Soprattutto per la banale constatazione che i paperoni dotati di attività liquide, quelli che l’imposta vorrebbe colpire maggiormente, sono anche quelli che trovano più agevole difendersi trasferendo la propria ricchezza e all’occorrenza la propria residenza in un altro paese oppure avvalendosi di professionisti in grado di aggirare le norme.

Posto che tassare i patrimoni è complicato e utilizzare imposte patrimoniali per fini equitativi è anche più illusorio, sarebbe meglio ragionare su soluzioni straordinarie, come quella suggerita dall’economista Michele Boldrin dalle pagine del blog Econopoly, che prevede un trasferimento dai contribuenti che hanno ottenuto benefici o non sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia verso coloro i quali hanno dovuto interrompere la propria attività per difendere la salute dei propri connazionali.

Più in generale, quando in un paese affetto da oppressione fiscale come l’Italia si parla di una nuova imposta patrimoniale la matrice culturale è quasi sempre quella di una ideologia miope, di una politica opportunista e di una visione del mondo particolarmente illiberale.

Quello che affligge il nostro paese e lo rende debole di fronte alle emergenze e incapace di crescere in modo sostenuto non è certo l’odioso privilegio dei ricchi (e sulla definizione di ricchi si potrebbe aprire un capitolo a parte), ma va altresì ricercato in un insieme di regole e istituzioni che punisce chi crea valore e cerca di rispettare la legge, premia chi la infrange o addirittura se ne fa beffe, preferisce gli amministratori incapaci purché fedeli e politicamente allineati favorendo lo spreco delle risorse dei contribuenti.

Prima di ingegnarsi su come tassare i patrimoni di chi ha lavorato e rischiato per accumularli i mestieranti della politica farebbero dovrebbero rappresentarci come intendono evitare il gettito delle nuove imposte finisca a pagare inutili banchi a rotelle, compagnie aeree fallite da decenni o banche storiche rovinate dalla politica locale.

Il sostegno per chi è stato maggiormente colpito dall’emergenza non può venire dal goffo tentativo di punire il successo o la fortuna di chi ha accumulato patrimoni tanto leggendari quanto sfuggenti e assestando l’ennesimo chiodo alla bara dove riposa l’incentivo degli italiani a crescere e innovare. Piuttosto è bene che venga da un nuovo sistema di regole efficienti e da un apparato statale che consenta a chi è caduto di rialzarsi sulle proprie gambe e non rimanere incatenato alla dipendenza da sussidi e bonus che diventano l’unica forma di sussistenza in un paese dove il lavoro e l’impresa libera diventano sempre più rari.

La Finanza in Soldoni è un progetto multicanale volto alla promozione di una corretta informazione e adeguata comprensione dei fenomeni economici.

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Pubblicato da Massimo Famularo

Investment Manager and Blogger Focus on Distressed Assets and Non Performing Loans Interested in Politics, Economics,

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