#laFLEalMassimo – Episodio 20 sulla manifestazione #ioapro

Come spesso accade nel nostro paese, anche sulle proteste del movimento “io apro” assistiamo ad una polarizzazione del tutto ideologica.

A un estremo, abbiamo i fautori del rischio zero, per i quali in nome della difesa dei più fragili, imprese, ristoratori e partite iva possono anche crepare tanto sono tutti evasori; all’altro estremo abbiamo coloro che sono stati oppressi da regole spesso ingiuste e illogiche, finiscono per diventare  insofferenti anche alle disposizioni del buonsenso.

Premesso che, gli eccessi e la violenza vanno sempre condannati e che neanche la più giusta delle ragioni può giustificare la degenerazione dei tumulti ci sono alcuni elementi che non possono essere trascurati.

Come dimenticare i due pesi e due misure per i quali i ristoratori milanesi, che nel maggio dello scorso anno manifestavano civilmente il proprio disagio, sono stati multati, mente il pellegrinaggio delle sardine verso la mecca del Nazzareno è passato in cavalleria come diritto di esprimere al mondo l’insipienza della propria nullità intellettuale?

Non serve domandarvi dove andrà a finire un paese che punisce e infierisce sui cittadini e sulle imprese che producono valore per gli altri, premiando chi non si assume alcuna responsabilità e vive alle spalle di chi deve prendersi dei rischi per svolgere la sua attività.

#ioapro può essersi tradotto in qualche eccesso che non va in nessun modo giustificato, così come non si può abbassare la guardia in tema di precauzioni per evitare la diffusione della malattia.

Ma si tratta anche e soprattutto di un grido di rivolta e di disperazione contro una gestione fallimentare che ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia distribuendo un po’ di mancette mentre quel poco di tessuto economico vitale che rimane al nostro paese subiva danni irreparabili.

#ioapro non deve essere letto come formula negazionista o incosciente, ma quale ultima sirena di allarme per una classe dirigente cieca e ottusa che potrebbe rendersi conto troppo tardi di aver tagliato il ramo sul quale stava seduta.

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Pubblicato da Massimo Famularo

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