Vincitori e Perdenti nell’economia post Covid19

Lo Special Report dell’Economist di questa settimana si occupa di come la crisi economica legata alla pandemia in corso abbia colpito in modo asimmetrico le diverse economie e di come questo divario possa essere destinato a crescere.

Lo shock derivante dalla diffusione della pandemia da coronavirus è stato per dimensione e per estensione l’evento maggiormente dirompente che si sia abbattuto sui sistemi economici dai tempi della seconda guerra mondiale.

Le misure restrittive e il crollo spontaneo dei consumi hanno fatto letteralmente implodere il mercato del lavoro con l’equivalente di circa 500 milioni di posti di lavoro a tempo pieno scomparso quasi da un giorno all’altro. Il commercio mondiale ha subito una battuta d’arreso quando le fabbriche hanno interrotto la produzione e i paesi hanno chiuso le frontiere. Una catastrofe ancora più profonda è stata evitata solo grazie a interventi senza precedenti sui mercati finanziari da parte delle banche centrali, agli aiuti governativi ai lavoratori e alle imprese in fallimento e all’espansione dei disavanzi di bilancio paragonabili a quelli che si registrano in tempo di guerra.

Sebbene la crisi si sia diffusa in modo quasi istantaneo a livello mondiale, le conseguenze sono state molto differenti tra i vari paesi e secondo quanto riportato nello speciale de L’Economist, si tratta di un fenomeno che potrebbe modificare in modo radicale e permanente gli equilibri del sistema economico mondiale.

Alla fine del 2021, secondo le previsioni dell’OECD, l’economia americana sarà tornata in pari recuperando il crollo di quest’anno e tornando ai livelli del 2019, la Cina sarà cresciuta del 10% rispetto allo stesso punto di riferimento mentre l’Europa rimarrà indietro, con la prospettiva di non rivedere i livelli pre-crisi ancora per molti anni.

La variabilità non riguarda più solo i grandi blocchi, ma si distribuisce anche tra i diversi paesi dove, secondo la banca UBS si registrerà la varianza maggiore nei tassi di crescita degli ultimi 40 anni. Alla base delle differenze ci sono almeno tre fattori

  1. Il diverso grado di diffusione della malattia: in Cina la crisi sembra superata, mentre Europa e USA stanno gradualmente affrontando una seconda ondata
  2. il peso relativo della manifattura perché è relativamente più semplice attuare misure distanziamento in un contesto industriale piuttosto che nei servizi dove gli incontri di persona sono più rilevanti
  3. la risposta dei governi sia in termini di risorse impiegate a sostegno dell’economica che di capacità di risposta nei confronti dei cambiamenti strutturali che lo shock esterno ha accelerato

La pandemia lascerà le economie meno globalizzate, più digitalizzate e meno uguali.

Per ridimensionare i rischi connessi all’interruzione delle supply chain, applicando una maggiore automazione, le imprese cercheranno di avvicinare gli stabilimenti produttivi ai consumatori finali e alle sedi principali.

Se i lavoratori dipendenti continueranno a lavorare da casa per almeno una parte della settimana, i lavoratori meno pagati che prima lavoravano come camerieri, addetti alle pulizie e assistenti alle vendite dovranno trovare nuovi posti di lavoro in periferia. Finché non lo faranno, potrebbero affrontare lunghi periodi di disoccupazione. In America la perdita permanente di posti di lavoro è in aumento, anche se il tasso di disoccupazione è in calo.

Con l’aumento dell’attività online, il business diventerà sempre più dominato da aziende che dispongono del know how più avanzato e le basi dati più rilevanti ; il boom delle azioni tecnologiche di quest’anno dà un’idea di ciò che sta arrivando, così come l’impennata digitale nel settore bancario. E i bassi tassi di interesse reali manterranno alti i prezzi degli asset anche se le economie rimarranno deboli. Questo allargherà il divario tra Wall Street e Main Street che è emerso dopo la crisi finanziaria globale e che quest’anno è peggiorato. La sfida per i governi democratici sarà quella di affrontare tutti questi cambiamenti senza mettere in discussione il consenso popolare nei confronti del libero mercato.

Questa non è una preoccupazione per la Cina, che finora sembra emergere dalla pandemia più forte, almeno nel breve periodo. La sua economia si è ripresa rapidamente. Nel corso di questo mese i suoi leader concorderanno un nuovo piano quinquennale che sottolinea il modello di Xi Jinping di capitalismo di stato ad alta tecnologia e di crescente autosufficienza.

Eppure il virus ha messo a nudo i difetti a lungo termine dell’apparato economico cinese:

  1. Non disporre di una rete di protezione degna di questo nome, al punto che nell’ultimo anno ha dovuto concentrare i suoi stimoli sulle imprese e sugli investimenti in infrastrutture piuttosto che sul sostegno al reddito delle famiglie
  2. .Nel lungo termine il suo sistema di sorveglianza e di controllo statale, che ha reso possibili brutali blocchi, rischia di ostacolare il diffuso processo decisionale e la libera circolazione delle persone e delle idee che sostengono l’innovazione e innalzano il tenore di vita.

L’Europa è il fanalino di coda. La sua risposta alla pandemia rischia di ossificare le economie del paese, piuttosto che lasciarle adattarsi.

Nelle sue cinque maggiori economie, il 5% della forza lavoro continua a lavorare a regime ridotto mentre il governo paga le imprese per attendere il ritorno di posti di lavoro o di ore che potrebbero non tornare mai più. In Gran Bretagna la proporzione è doppia. In tutto il continente, la sospensione delle regole sul fallimento, la tacita tolleranza da parte delle banche e un’ondata di aiuti di stato discrezionali rischiano di prolungare la vita delle imprese zombie che dovrebbero essere lasciate fallire. Questo è tanto più preoccupante se si considera che, prima della crisi, Francia e Germania stavano già abbracciando una politica industriale che promuoveva i campioni nazionali. Se l’Europa vede la pandemia come un ulteriore motivo per alimentare un rapporto accogliente tra governo e imprese storiche, il suo declino relativo a lungo termine potrebbe accelerare.

Il punto interrogativo è l’America. Per gran parte dell’anno è riuscita a mantenere un equilibrio politico abbastanza bilanciato. Ha fornito una rete di sicurezza più generosa per i disoccupati e uno stimolo più grande di quanto ci si sarebbe potuto aspettare nella patria del capitalismo. Saggiamente, ha anche permesso al mercato del lavoro di aggiustarsi e ha mostrato una minore propensione dell’Europa a salvare le imprese che rischiano di diventare obsolete man mano che la struttura dell’economia si modifica. In parte come risultato, a differenza dell’Europa, l’America sta già vedendo la creazione di molti nuovi posti di lavoro.

La debolezza dell’America è l’elevato livello di conflittualità politica.

Questa settimana il presidente Donald Trump sembra aver abbandonato i discorsi di rinnovo degli stimoli fiscali con un potenziale contraccolpo per la ripresa dell’economia.

La realizzazione di riforme critiche come il ridisegno della rete di sicurezza per un’economia guidata dalla tecnologia o come il mantenimento del deficit su un percorso sostenibile, risultano di fatto impossibili se la discussione si svolge tra due tribù in guerra che vedono il raggiungimento di compromesso come una debolezza

La pandemia sta imponendo cambiamenti radicali al tessuto dei sistemi economici. Se gli Stati Uniti vogliono svolgere un ruolo di guida in questo nuovo mondo dovranno necessariamente impostare la propria politica in modo diverso.

Leggi il report completo de L’economist

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Pubblicato da Massimo Famularo

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