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Audiolibro #LaFinanzaInSoldoni – 4 Qualche altra osservazione sui tassi d’interesse

Nei capitoli precedenti abbiamo visto quanto sia importante la voce interessi nel bilancio dello stato e di come, in presenza di una quantità di debito elevata, possa ribaltarne il saldo portando in disavanzo un paese che pure registra un avanzo primario.

Cosa determina il tasso d’interesse applicato al debito?

Se vado in banca e chiedo un mutuo ipotecario per acquistare un immobile, in questo periodo mi verrà applicato un tasso molto basso, nell’ordine dell’1% o anche meno. Se invece chiedo di pagare a rate le spese della mia carta di credito il tasso sarà molto maggiore, nell’ordine del 7-8% e per talune tipologie di credito al consumo si arriva anche al 10 o 12%.

Il tasso di interesse applicato è proporzionale al rischio che il soggetto finanziato non rispetti gli impegni presi in termini di data e importo dei rimborsi previsti. Nel caso del mutuo ipotecario finalizzato all’acquisto di un immobile, il finanziatore ottiene in garanzia una ipoteca sul bene acquistato. Questo vuol dire che se il cliente non paga, può attivare una procedura giudiziale (esecuzione immobiliare) per mettere in vendita l’immobile e recuperare il credito.

Dunque il mutuo ipotecario ha un tasso più basso perché presenta un rischio minore (il rischio è mitigato dalla presenza di garanzie che possono essere escusse in caso di inadempienza). Il credito al consumo è più rischioso e comporta tassi di interesse più elevati.

Per le nazioni avviene la stessa cosa: gli stati che vengono ritenuti meno rischiosi, ad esempio la Germania, pagano tassi più bassi, quelli più rischiosi come l’Italia invece pagano un interesse più elevato. Lo spread tra BTP (titoli di stato italiani a media lunga scadenza) e Bund (titoli tedeschi comparabili) misura la differenza tra quanto la percezione di maggiore rischio incide sul bilancio dello stato sotto forma di maggiore spesa per interessi sul debito.

Perché un paese viene percepito come più rischioso?

In parte perché presenta un debito molto alto rispetto al PIL e questo può dar luogo al circolo vizioso descritto in precedenza (nuovo debito contratto per pagare gli interessi sul vecchio). In parte perché presenta una crescita del PIL troppo bassa e dunque induce il fondato sospetto che in futuro il debito pubblico cresca più velocemente dell’economia (ricordate il criterio di sostenibilità che confronta il tasso di crescita del PIL con il tasso d’interesse medio pagato sul debito). In parte perché la classe politica che si alterna al governo di quella nazione viene ritenuta poco credibile e verosimilmente capace di arrecare dissesto alle finanze pubbliche e indirizzare il paese lontano da un percorso di riforme necessario a rendere sostenibile il debito nel medio periodo.Quando nella primavera del 2018 cominciato a parlare di un governo sostenuto da Lega e Movimento 5 Stelle lo spread si è allargato perché gli operatori finanziari temevano che esponenti politici apertamente tentati dall’ipotesi di abbandonare l’euro potessero causare danni gravi all’economia del paese. Dei motivi per i quali una possibile uscita dall’euro sarebbe molto dannosa verranno trattati nella seconda parte del libro. Dunque è bene ricordare che l’elezione di politici inadeguati ha un costo per le finanze pubbliche prima ancora che questi possano materialmente mettere in atto dei provvedimenti dannosi.

Se i titoli vengono emessi solo a determinate scadenze, perché lo spread registra delle variazioni più frequenti? Per rispondere alla domanda occorre qualche passaggio tecnico, tuttavia proviamo a rimanere a un livello intuitivo. Se l’Italia emette titoli a 10 anni a tasso fisso, per 10 anni pagherà quel tasso e questi pagamenti non saranno influenzati dalle fluttuazioni dello spread. Tuttavia i titoli di stato italiani vengono scambiati sui mercati tutti i giorni e il loro prezzo di mercato è un indicatore molto importante per chi deve decidere se sottoscrivere le nuove emissioni di debito e a quale prezzo. Inoltre va considerato che ogni anno vengono a scadenza diverse emissioni di debito pubblico italiano e, dunque, il tesoro italiano con una certa frequenza deve rivolgersi ai mercati per perdere soldi in prestito.

Se lo spread non influenza l’impegno sulle emissioni non ancora scadute, ha un impatto rilevante sulle nuove emissioni: dunque il costo effettivo per le casse dello stato non è immediato, ma si registrerà nel momento in cui sarà necessario pagare un tasso più alto per collocare nuovi titoli di stato.

Un altro termometro importante è dato dal giudizio delle agenzie di Rating. Si tratta di un voto sulla qualità del debito espresso da imprese indipendenti specializzate nella valutazione del rischio di credito e riflette la rischiosità del paese. I paesi che godono di un rating alto pagano tassi di interesse più bassi (avviene la stessa cosa con le obbligazioni emesse dalle imprese). A questo proposito è importante evidenziare che, se il rating scende sotto un certo livello, fuori dalla classe denominata investment grade, diventa troppo rischioso per una grande quantità di operatori, ad esempio fondi pensione, che non vogliono rischi mettere a rischio i contributi dei lavoratori.

Dunque se il rating sul debito italiano dovesse scendere al di sotto del livello investment grade, molti investitori sarebbero costretti a vendere i titoli e questo potrebbe causare una “crisi di panico”.

Ultimo elemento da tenere presente è che il tasso d’interesse che il nostro paese paga sul debito è influenzato anche da alcuni interventi eccezionali operati dalla Banca Centrale Europea e da circostanze straordinarie come quelle che si sono verificate al momento dell’adesione all’Euro. A questo proposito è bene chiarire che interventi eccezionali e circostanze straordinarie hanno sempre carattere temporaneo e costituiscono un’occasione per correggere la rotta, ma non possono risolvere i problemi del nostro paese per sempre.

Per riepilogare:

  1. Il tasso di interesse è il compenso che il creditore riceve per aver accetto di concedere il finanziamento e riflette l’entità del rischio al quale va incontro
  2. L’entità del tasso d’interesse che le nazioni pagano dipende dalla percezione che il mercato ha della loro rischiosità e tipicamente quest’ultima dipende, tra le altre cose da:
    • Entità del debito pubblico in rapporto al PIL, maggiore è il rapporto Debito/Pil maggiore il rischio
    • Crescita economica, minore e la crescita e più alto è il rischio che il paese non riesca a tenere fede ai propri impegni
    • Credibilità della classe politica, un governo inadeguato induce il dubbio concreto che la salute del sistema economico peggiori nel tempo
    • Interventi e circostanze straordinarie come l’azione della Banca Centrale durante la recente pandemia e durante la crisi dei debiti sovrani oppure come l’adesione dell’Italia alla moneta unica
  3. Lo spread tra BTP e Bund misura quanto lo stato italiano è più rischioso della Germania, ritenuta un punto di riferimento per il rischio basso
  4. Le fluttuazioni dello spread non si ripercuotono istantaneamente sul bilancio dello stato, ma sono un indicatore fondamentale insieme ad altri come il giudizio delle principali agenzie di rating e in circostanze estreme possono portare il paese nella situazione di non trovare acquirenti per il proprio debito 

Note e Riferimenti:

Per chi suona la campana del rating?

Pillola Video 12 Il Rating

Pillola Video 14 Lo Spread

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Episodio 9 de #laFLEalMassimo – Il dito della crisi e la luna della ripresa

Assistiamo in questi giorni a uno spettacolo indecoroso: a un estremo, una classe dirigente inadeguata si perde dietro incomprensibili schermaglie autoreferenziali, all’altro un paese in frantumi che fatica ancora a comprendere quale parte del suo tessuto economico e sociale sia ancora in vita, seppure in difficoltà temporanea; e quale sia invece definitivamente perduta.

Ascolta il podcast

Cresce a dismisura il divario tra una casta politica egocentrica, che decide come e quando si può votare in base alle proprie convenienze e un paese ferito, che non sa ancora se e come riuscirà a reagire al colpo mortale ricevuto dalla pandemia.

Senza un programma concreto di riforme, che riesca a fornire al settore privato gli incentivi necessari per scommettere sulla crescita, lasciando intravedere la possibilità di un percorso di ripresa e che promuova maggiore efficienza nel settore pubblico, il circolo vizioso tra aspettative negative, scarsa crescita e individualismo opportunistico rischia di dare il colpo di grazia ad un sistema sociale stremato.

Per decenni abbiamo lasciato che il capitale fisico e umano del nostro paese si deteriorasse, favorito l’emigrazione dei talenti più capaci e degli individui con maggiore propensione al rischio imprenditoriale, abbiamo alimentato una cultura dell’immobilismo e della conservazione, mentre l’Italia rimaneva indietro su tutte le principali sfide della modernità.

La scossa causata dalla pandemia è un duro colpo, ma è anche una fondamentale occasione, forse l’ultima, per cercare di invertire il corso del declino prima che diventi irreversibile. La pressione dei mercati e dei regolatori per riduzione del nostro debito pubblico è stata temporaneamente allentata a fronte della gravità della crisi economica che il nostro paese attraversa a causa della pandemia. L’accelerazione che l’emergenza sanitaria ha impresso a diversi trend evolutivi, dall’ innovazione digitale alla transizione ecologica costituiscono un elemento di stimolo ulteriore per dare corso alle riforme che potrebbero arrestare il declino del nostro paese.

Dunque provando a guardare oltre le miserie dei meschini interessi politici di bottega esiste un percorso chiaro che prevede la pragmatica accettazione della necessità di alcune trasformazioni nel tessuto economico, sociale e istituzionale del paese. Occorre che le istituzioni del nostro paese assumano un carattere inclusivo  e rendano i propri interessi allineati a tutti i cittadini e imprese disponibili a impegnarsi per creare valore per se stessi e per la collettività. Occorre una rivoluzione culturale che capovolga la cultura dell’assistenza e della dipendenza dalle elemosine di stato e promuova una logica della intraprendenza e  responsabilità individuale.

Purtroppo, mentre va in scena l’eterno ritorno del Gattopardo, i media di regime mostrano di volta in volta il dito di questa o quella eventualità contingente, dall’ennesima ondata di una pandemia che governanti e amministratori hanno dimostrato di non riuscire a contenere fino alle crisi di governo tese a cambiare tutto, affinché nulla cambi,  ma nessuno si accorge che quel dito punta verso la luna di una ripresa tanto necessaria quanto ancora desolatamente inafferrabile.

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Contro l’Analfabetismo Finanziario #StartingFinanceClub Trieste

Lo Starting Finance Club Trieste presenta l’evento virtuale:

discussione del libro “La Finanza in Soldoni” di Massimo Famularo.

Oltre agli studenti e all’autore del libro saranno presenti i professori:
Francesco Venier (Organizzazione Aziendale)
Alberto Dreassi (Economia degli Intermediari Finanziari)
Giorgio Valentinuz (Finanza Aziendale)

Contro l’Analfabetismo Finanziario

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2021-01-21 Italian Banks and NPL Market – English Update

Economic and Monetary Affairs Committee MEPs agreed on common EU standards regulating the transfer of bad loans from banks to secondary buyers while protecting borrowers’ rights.Addressing possible future Non Performing Loans (NPLs) accumulation is essential to strengthening the Banking Union and ensuring competition in the banking sector, as well as maintaining financial stability and encouraging banks to lend so as to create jobs, stimulate growth, and support the post-COVID-19 recovery in the EU. Read the article.

Listen to Entering Italian NPL Market Podcast

The European Consumer Organization (BEUC, Bureau Européen des Unions de Consommateurs) expressed concern regarding the European Commission Action plan: “Tackling non-performing loans (NPLs) in the aftermath of the COVID-19 pandemic” released in December. Read the article

The recent Global M&A 2020 report by DLA Piper, foresees a relevant increase in M&A transactions, when Government financial support will be removed. According the survey among Partners in the countries where DLA Piper operates, the transactions closed in the post-Covid period have mainly concerned the Technology (21%), Consumer goods, Food & Retail (17%) and ICT (13%) sectors, followed by Industrials (13%) and Life sciences (9%). Read the article in Italian.

UBI Banca finalized a securitization transferring to the special purpose vehicle Sirio NPL S.r.l. Non Performing loans for a nominal value (Gross Book Value) of approximately 1.1 billion euro. The orginator is going to apply for the granting of the State guarantee (GACS) on the senior tranche issued for a a nominal value of 290 million euro. Read the article in Italian

Euro Service has acquired an NPL portfolio consisting of over 10,000 debt positions for a total GBV of approximately 87 million. Originator of the transaction is Enel Energia SPA. Read the article in Italian.

The European Commission has presented a strategy to prevent a future build-up of non-performing loans (NPLs) across the European Union, as a result of the coronavirus crisis. The strategy aims to ensure that EU households and businesses continue to have access to the funding they need throughout the crisis. Read Press Release.

Italy is working to extend by 12 months a state guarantee scheme designed to help banks shed problem loans, two sources familiar with the matter said on Tuesday, as the industry braced for a surge in pandemic-driven defaults. Authorities are focusing on how best to help banks deal with the fallout from the coronavirus crisis, once governments unwind extraordinary measures they deployed to support businesses. Read the News

On January 29, through a live event in partnership with Fire Group from the studios of Class CNBC, there will be the first CVSTREAMDAY: a TV and Digital conference in which will be released a preview of the NPE market data collected by Credit Village’s NPE Market Watch . Read the article in italian.

Check previous Eglish Updates

If you like my updates you can:

Are you interested in Italian banks and NPL/UTP market? Ask for a briefing  (in person or via conference call) by sending me a private message. I am also available for consulting projects on Distressed Assets pricing and Portfolio Management.

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Episodio 9 de #laFLEalMassimo da domani alle 18:00

Assistiamo in questi giorni a uno spettacolo indecoroso: a un estremo, una classe dirigente inadeguata si perde dietro incomprensibili schermaglie autoreferenziali, all’altro un paese in frantumi che fatica ancora a comprendere quale parte del suo tessuto economico e sociale sia ancora in vita, seppure in difficoltà temporanea ; e quale sia invece definitivamente perduta.

Mentre va in scena l’eterno ritorno del Gattopardo, i media di regime mostrano di volta in volta il dito di questa o quella eventualità contingente, dall’ennesima ondata di una pandemia che governanti e amministratori hanno dimostrato di non riuscire a contenere fino alle crisi di governo tese a cambiare tutto, affinché nulla cambi,  ma nessuno si accorge che quel dito punta verso la luna di una ripresa tanto necessaria quanto ancora desolatamene inafferrabile.

Del dito della crisi e della luna della ripresa parliamo nel nuovo episodio de #laFLEal Massimo di e con Massimo Famularo, per la fondazione Luigi Einaudi.

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Audiolibro #LaFinanzaInSoldoni Intermezzo: Chissenefrega del debito?

Fin qui il discorso sembra un po’ astratto: debito, interessi bilancio pubblico etc. Perché una persona normale dovrebbe interessarsi a questi temi?
Perché servono a inquadrare tre quarti del dibattito politico nel nostro paese e, più in generale, qualunque discussione seria sul presente e sul futuro dell’economia italiana.

Quando sentiamo parlare di Quota 100 o di Anticipi Pensionistici, non dovremmo correre a controllare se e quanto ci convengono a titolo individuale, ma dovremmo chiederci se si tratta della goccia che farà traboccare il vaso facendo crollare il castello di carte della finanza pubblica italiana.

Quando valutiamo misure che dovrebbero avere finalità meritorie, come il reddito di cittadinanza (che per inciso è un meccanismo concepito molto male) o i bonus o incentivi per sostenere questa o quella categoria in difficoltà (che per inciso risultano quasi sempre poco efficaci secondo il consenso prevalente tra gli economisti), dovremmo chiederci se il modo più giusto di finanziare questa spesa è quello di far lievitare il carico di debito pubblico che lasciamo alle generazioni future.

La risposta principale alla domanda “che ci frega del debito” l’ha fornita un personaggio al di sopra di ogni sospetto di interessi in conflitto, l’ex presidente della BCE Mario Draghi dal pulpito del meeting di Rimini ricordandoci che 

“Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.”

Mario Draghi

Per chi ha voglia di intendere, stante il carattere etico del discorso, si sta in verità parlando di una odiosa ingiustizia contro la quale dovemmo adoperarci tutti.

Dunque capire come funziona la dinamica del debito pubblico ci serve per comprendere i margini di manovra a disposizione della nostra classe dirigente e per verificare quanto avvedute o scellerate siano le proposte e l’agenda politica da essi portata avanti.

Se avrete la pazienza di leggere qualche altra pagina su questi temi vedrete cadere con sorprendente facilità il velo di tante strampalate narrazioni populiste e sovraniste portando alla luce le cause principali del declino del nostro paese.

Note e Riferimenti:

Reddito di cittadinanza, replica al giovane economista e tre idee costruttive

Chiudiamo il cerchio: replica alle critiche al Reddito di Cittadinanza

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Episodio 8 de #laFLEalMassimo -Promo

Il Consiglio dei Ministri ha approvato la proposta di Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che è stato poi inviato alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica al fine di acquisirne le valutazioni.

A fronte di una grandissima opportunità di riscatto per il nostro paese, gravemente colpito dall’emergenza sanitaria ancora in corso ripetiamo l’assalto alla diligenza di ogni legge finanziaria, distribuiamo a pioggia mance e mancette per mantenere gli interessi di bottega con il serio rischio di ricevere rifiuti o di perdere i fondi per mancata realizzazione dei progetti proposti. 

Ne parliamo nel prossimo episodio della FLE al massimo di e con Massimo Famularo.

Recovery Fund un’importante occasione sprecata

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Capitolo 3 #LaFinanzaInSoldoni Il debito assoluto non conta

Sul debito, gli interessi e il saldo del bilancio pubblico, fuori dai dibattiti tecnici per gli esperti è molto difficile trovare discorsi sufficientemente obiettivi: i politici avranno interesse a scaricare le proprie responsabilità, mentre i giornalisti troppo spesso amano concentrarsi su narrazioni sensazionalistiche (l’austerità, i vincoli esterni dell’Europa etc) piuttosto che sforzarsi di raccontare una realtà complicata.

Nei capitoli precedenti abbiamo visto come esista un “debito buono” e uno “cattivo” e di come gli interessi da pagare sul debito passato possano dare luogo ad un circolo vizioso nel quale il debito aumenta anche se lo stato spende meno di quanto incassa. Per farci un’idea corretta del fenomeno, dobbiamo ritornare in prima istanza ai motivi per i quali il debito dovrebbe essere contratto, così da comprendere le conseguenze che si verificano quando ci si indebita per ragioni indebite (non ho resistito al gioco di parole)

Uno stato dovrebbe indebitarsi solo per destinare risorse ad investimenti che produrranno maggiore crescita futura: in questo modo, la maggiore crescita consentirà di ripagare gli interessi dovuti sul debito senza problemi. Dunque la prospettiva che un paese sia capace di rimborsare gli interessi rassicura i sottoscrittori del debito e consente il verificarsi di un meccanismo virtuoso nel quale il debito esistente può essere rinnovato ad ogni scadenza e il governo è pienamente in grado di pagare gli interessi con le proprie entrate.

Esistono ovviamente una serie di impieghi che vengono percepiti come meritori quali aiutare i cittadini più deboli, migliorare i servizi sanitari oppure l’istruzione. Tuttavia il modo corretto per finanziare queste spese è agire sulla fiscalità raccogliendo imposte, oppure riducendo altre spese meno utili alla collettività, come coprire le perdite di aziende fallite di fatto da tempo come Alitalia o diverse società municipalizzate.

Non è corretto indebitarsi per finalità meritorie poiché questo porta ad accumulare una quantità di debito potenzialmente pericolosa che potrebbe innescare i circoli viziosi descritti in precedenza.

Se è opportuno fare debito solo per destinare risorse ad investimenti che portano crescita, non sempre è agevole distinguere quali debbano essere questi investimenti e, se il contributo da essi apportato alla crescita sia tale da ripagare il costo del debito aggiuntivo contratto. Ci troviamo di nuovo di fronte a questioni in apparenza troppo complicate.

Un modo più semplice per guardare a questa questione è osservare come cambia la dimensione del debito nel tempo e mettere in rapporto questo andamento alle dimensioni dell’economia. Per questo motivo un indicatore estremamente importante è il rapporto percentuale tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo.

Il debito pubblico è la somma di tutti i titoli che lo stato ha emesso nel corso della storia per finanziare i propri disavanzi di bilancio. Il prodotto interno lordo è la quantità di beni e servizi finali prodotti nel paese nell’unità di tempo e la misura comunemente più usata per quantificare la dimensione dell’economia.

Un debito pubblico grande circa il 60%-70% del PIL viene ritenuto in generale accettabile e in tutti i casi in cui in un trattato internazionale o in un programma di risanamento sono indicati degli obiettivi tra questi è previsto che l’impegno portare il rapporto tra debito e Pil il più vicino possibile a questi livelli.

Il rapporto Debito/ Pil in Italia era intorno al 130% prima dello shock derivante dalla pandemia ed è atteso in crescita oltre il 150% a causa di questo evento eccezionale.

Ma questo rapporto fotografa un solo istante, mentre abbiamo detto che quello che conta è l’evoluzione, dunque l’altra variabile cruciale da tenere presente è la crescita dell’economia.

Un debito pubblico anche molto elevato rispetto al PIL è ritenuto accettabile se l’economia cresce a sufficienza per ripagare gli interessi e nel lungo periodo far convergere il rapporto su un livello ritenuto accettabile.

Per quale motivo?

I dettagli tecnici sulla valutazione della sostenibilità del debito pubblico non possono essere illustrati senza ricorrere a formule matematiche. È tuttavia possibile spiegare il concetto in modo intuitivo: se il tasso di crescita di un’economia è superiore al tasso d’interesse medio pagato sul debito allora il debito è sostenibile.

Abbiamo visto in precedenza il ruolo giocato dalla spesa per interessi, aggiungiamo ora il contributo dato dalla crescita dell’economia. In genere le entrate dello stato sono proporzionali al passo al quale l’economia di un paese cresce. Dunque la crescita contribuisce positivamente alla voce entrate, mentre la spesa per interessi contribuisce negativamente alla voce uscite.

Un tesso di crescita dell’economia maggiore del tasso medio d’interesse sul debito, significa che nel tempo il contributo positivo alle entrate sarà maggiore di quello negativo sulle uscite, dunque sarà necessario finanziare in misura minore i disavanzi, il debito crescerà meno dell’economia e il rapporto debito/pil che misura questo fenomeno diminuirà.

Se non tutto sembra chiaro a questo punto non c’è da preoccuparsi, per ora teniamo a mente che:

  1. Non conta la dimensione del debito in assoluto, conta la proporzione tra debito e dimensione dell’economia (rapporto debito/Pil)
  2. Non è importante concentrarsi sul debito in un dato istante, ma occorre osservare l’andamento del tempo delle sue dimensioni rispetto all’economia: se l’economia cresce più velocemente di quanto non cresca il debito allora non c’è da preoccuparsi  
  3. Si dice che il debito pubblico di un paese è sostenibile nel medio periodo se il suo rapporto rispetto al pil tende a diminuire e ad attestarsi ad un livello ritenuto accettabile (60-70%), affinché questo si verifichi è necessario che il tasso di crescita dell’Economia sia maggiore del tasso di interesse mediamente pagato sul debito

Note e Riferimenti:

WHAT IS DEBT SUSTAINABILITY?

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Episodio 7 de #laFLEalMassimo salvare la scuola salvare il futuro

L’avvio del 2021 si presenta caratterizzato da luci ed ombre sul piano politico, economico e sociale. Abbiamo finalmente i vaccini contro la pandemia, che ha fermato il mondo lo scorso anno, ma i processi logistici per la distribuzione tra i cittadini proseguono a rilento, in particolare in Italia scontano i limiti di una gestione accentrata e il mancato coinvolgimento degli operatori privati, mentre le nuove le incognite derivanti da varianti del virus costituiscono un ulteriore fattore di incertezza.

Governi e istituzioni sovranazionali hanno messo in campo misure espansive senza precedenti nella storia successiva alla seconda guerra mondiale e allentato temporaneamente le regole in merito alla tutela della concorrenza e agli aiuti di stato,  ma la declinazione di dettaglio dei progetti che verranno realizzati è tutt’altro che definita, così come rimane aperta la sfida di riuscire modulare gli interventi pubblici distinguendo tra le aziende in temporanea difficoltà  e quelle in conclamata insolvenza  

In questo scenario complesso e articolato esiste tuttavia un punto di riferimento semplice sul quale è possibile concentrarsi senza dubbi o incertezze, un provvedimento dai costi trascurabili e dai benefici incalcolabili:

salvare la scuola e il futuro dei nostri giovani.

La gestione della frequenza scolastica è stata una criticità per tutti i paesi ed si è articolata in modo differente secondo le diverse culture, anche in base al ruolo sociale di sostegno alla famiglia, che a questa istituzione viene attribuito nelle diverse nazioni. In Italia l’istruzione dei giovani si è confermata in coda alle priorità tanto della classe politica quanto della popolazione, che non ha mancato di protestare per il diritto di andare in vacanza o trascorrere le feste con i familiari, ma ha accettato di buon grado che la scuola chiudesse per prima e riaprisse per ultima ad ogni nuovo periodo di Lockdown.

Sappiamo con certezza che l’elevata variabilità nella preparazione e disponibilità dei docenti e nelle risorse a disposizione, così come le difficoltà di connessione a internet nel corso delle lezioni a distanza e, in ultima istanza, il diverso grado di sostegno da parte delle famiglie, hanno distribuito in modo estremamente diseguale il consistente danno dalle coorti di studenti coinvolto dalle interruzioni nella frequenza scolastica.

Sappiamo che gli studenti meno brillanti, quelli che vivono in contesti familiari più disagiati, spesso legati a condizioni socio-economiche difficili hanno subito il danno maggiore, ampliando il divario nei confronti di chi ha potuto compensare la disattenzione del governo o i limiti delle infrastrutture scolastiche, in larga misura grazie al supporto delle famiglie.

E’ necessario in primo luogo misurare l’entità del ritardo nel percorso di formazione di ciascuno studente e pianificare delle lezioni di recupero, prolungando verosimilmente nei mesi di luglio e di agosto le attività da svolgersi in aula.

Occorre iniziare subito a organizzare il processo di gestione delle carenze formative identificando le necessità di personale aggiuntivo e di strumenti didattici in modo da affrontare in modo adeguato sia le plausibili ulteriori interruzioni nella frequenza che si dovessero verificare nei prossimi mesi sia la delicata fase di recupero che potrebbe svolgersi nei mesi estivi.

Abbiamo compromesso il futuro dei nostri giovani con uno stock di debito pubblico su livelli difficilmente sostenibili, un sistema fiscale iniquo e regressivo e uno schema previdenziale che realizza il più rilevante trasferimento intergenerazionale della storia. 

Quanto meno sul versante della formazione, un ambito nel quale per i più giovani si prospetta un deterioramento permanente del capitale umano, abbiamo il dovere morale di intervenire senza indugio, anche considerando che, a giudicare dalle previsioni di spesa pubblica destinate a bonus e prebende elettorali le risorse non mancano, occorre trovare la volontà politica e la coscienza civile del danno che stiamo facendo alle generazioni future e non sprecare ancora la possibilità che abbiamo di porvi rimedio.

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Chi controlla i controllori?

Ho letto di recente un racconto dalla trama accattivante il titolo è “Quis custodiet ipsos custodes?”. Si parla di un paese immaginario chiamato Formalia nel quale tutti i media hanno una qualche affiliazione politica e risultano generalmente inclini ad essere accondiscendenti con chi sta al potere. Un paese dove in pratica gli elettori sono chiamati a fare una scelta di mera facciata tra alternative di fatto equivalenti poiché il paese è governato sul piano operativo da un apparato burocratico autoreferenziale.

La parte più divertente è il passaggio satirico nel quale al popolo bue raccontano che è meglio non votare perché alle elezioni potrebbero vincere partiti fascisti che metterebbero in discussione la democrazia. Dunque per salvare la democrazia, la si sospende a tempo indeterminato lasciando alla guida sul piano formale alcuni personaggi di facciata talvolta anche folkloristici e sul piano sostanziale una casta di funzionari pubblici illicenziabili che rispondono solo ai propri interessi.  Come fa la gente a lasciarsi raggirare da discorsi del genere? Perché non reagisce, insorge?

Perché nelle scuole dove si formano le élite di Formalia insegnano la irrilevanza della logica aristotelica. Quello che conta è l’eloquio forbito, la capacità di scrivere e dire cose che sembrino belle o ragionevoli e che soprattutto siano ascrivibili a qualche gruppo d’interesse.  A quel punto tutti applaudiranno a chi ben scrive e appartiene alla propria squadra e tutti si schiereranno contro il nemico. Anzi se l’intellettuale amico, minaccia di uccidere gli avversari, beneficerà dell’attenuante “è un compagno che sbaglia”.

A un certo punto l’autore rende omaggio a Orwell e Borges e racconta di come a Formalia chiamino Grande Fratello il fondatore di una grande impresa privata che minaccia la democrazia perché utilizza per i propri scopi perversi le informazioni personali dei cittadini ignari di questo complotto terribile. Quindi nella neolingua di Formalia il titolo che lo scrittore inglese attribuisce a un dittatore socialista viene usato per imprenditore che controlla i dati personali. Le accuse vengono da politici che perpetuano la propria  posizione stravolgendo a piacimento le leggi elettorali e manipolando le informazioni che riceve il grande pubblico con la complicità dei principali organi di stampa.

Verso la fine del racconto, l’autore racconta di un presidente degli Stati Uniti che non volendo accettare la sconfitta elettorale incita una gruppo di sostenitori esagitati ad assaltare la sede del congresso. Onde evitare che prima dell’insediamento del presidente eletto, questo personaggio faccia altri danni, alcuni social network gli sospendono l’account personale.

Qui un giovane direttore di un giornale ancora più giovane scrive che “il proprietario del social network che ha bannato l’ex presidente eversivo è più pericoloso del politico in questione”. Questo perché se oggi si arroga il diritto di sospendere il presidente USA che ha appena tentato un golpe fallito, cosa potrà mai fare in futuro?

Il racconto si conclude con Formalia che va in default, ma viene salvata dalle istituzioni europee che fanno finta di credere che sia meno costoso per gli altri cittadini europei. L’opinione pubblica rimane convinta che il dissesto non sia colpa dei timonieri da Titanic che hanno amministrato il paese da decenni, ma, a seconda dei casi, che l’esito sia dovuto al destino “cinico e baro”, agli speculatori cattivi o, per paradosso, a quelle stesse istituzioni europee che per l’ennesima volta salveranno il paese invece lasciarlo affondare.

Post Scriptum: qualsiasi riferimento a fatti o cose realmente esistenti è puramente casuale.

Post Post Scriptum: non sono così ingenuo da pensare che il rapporto tra social network e istituzioni democratiche si possa liquidare con semplicità. Mi piace pensare che dalla follia di Trump ci abbia fino ad oggi salvato solo lo stato di ottima salute di cui gode la democrazia USA. Sono altresì convinto che contro eventuali abusi di Big Tech e Social Network possiamo tutti votare con il portafogli da bravi consumatori. Non è facile come cambiare supermercato in cui fare la spesa, ma non è neanche particolarmente complicato: lo status che molti definiscono monopolistico è determinato dalle nostre scelte di consumo, questo comporta che i nuovi grandi fratelli abbiano un sensibile incentivo a non scontentarci per evitare che decidiamo in massa di cambiare le abitudini di consumo.

Personalmente credo che l’arbitrio di politici o di giudici non sia particolarmente desiderabile come sostituto dell’arbitrio degli imprenditori. Trovo invece ragionevole ipotizzare delle leggi che puniscano le aziende che abusano del proprio potere, così come l’idea di imporre loro una logica di “portabilità” dei clienti in modo che sia più semplice cambiare per chi non è soddisfatto.

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Ma i #BTP Italia rendono il 6? (spoiler: non proprio)

Utilizzo un messaggio ricevuto in merito al libro #LaFinanzaInSoldoni come spunto per qualche chiarimento sul tema della convenienza dei titoli di stato.

Claudio mi scrive su Twitter:

E’ il caso di mettere un po’ in ordine le idee perché evidentemente l’enfasi data dal corriere sulle “performance” del BTP Italia può essere legittimamente fraintesa.

L’articolo dice esordisce dicendo che

A maggio del 2020 il Tesoro italiano lanciava la sedicesima edizione del Btp Italia, il cui rendimento è agganciato all’inflazione italiana maggiorata di un «premio».

Btp Italia, è del 6% il guadagno record della sedicesima edizione Performance positive per tutti i titoli di Stato

Quindi spiega da che cosa dipende il rendimento del titolo, salvo poi dichiarare che

Su quel titolo infatti i sottoscrittori hanno guadagnato fino ad ora circa il 6%, a causa dell’incremento del valore dell’emissione, collocata a un prezzo di 100 e attualmente quotata 105,84 sul mercato telematico dei titoli di Stato.

Qui qualcosa non quadra perché il giornalista sta qualificando come performance del titolo di stato la crescita del suo valore sul mercato secondario, ma questo può evidentemente dare luogo a fraintendimenti.

Può sembrare che comprare BTP renda allegramente il 6% e che questa performance non sia un’eccezione considerando che nel resto dell’articolo poi si dice testualmente che “Il 2020 non è stato avaro di soddisfazioni per i risparmiatori che hanno sottoscritto le emissioni del debito italiano.” Si arriva a proporre un confronto che io definirei scellerato tra il calo di piazza affari nel 2020 pari al 5,2% a fronte di un indice dei BTP a 10 anni che segna un rendimento medio del 3,01%

Come riconciliare il dubbio del lettore del mio libro con l’entusiasmo del giornalista del Corriere per i titoli di stato italiani?

Procediamo con ordine.

La performance di cui parla il corriere è riferita ad una crescita del prezzo sul mercato secondario di titoli di stato italiani. Questa crescita è stata determinata da una serie di circostanze eccezionali che includono,

  • l’intervento della Banca Centrale Europea per tenere bassi i tassi di mercato,
  • il raggiungimento di uno storico accordo a livello europeo per l’istituzione di un meccanismo di sostegno fiscale agli stati più deboli come l’Italia a carico del bilancio comune e finanziato mediante emissione di Eurobnd
  • le notizie positive sull’approvazione di diversi vaccini che consentiranno verosimilmente nel 2021 di realizzare una svolta radicale nella gestione della pandemia.

Il riferimento al calo della borsa italiana (che da lungo tempo segue le sorti del nostro paese non brillando in fatto di crescita) è poi un fenomeno locale, per esempio nello stesso periodo l’indice S&P 500 ha guadagnato il 15%, mentre l’indice NAS Composite ha guadagnato il 43%

Fonte The Economist

Proviamo allora a riassumere e chiarire:

  • Quello descritto dal corriere è il rendimento teorico che si sarebbe realizzato avendo acquistato il BTP Italia all’emissione e poi avendolo rivenduto sul mercato secondario in un momento particolarmente vantaggioso
  • Si tratta quindi del risultato di una strategia di trading e non del rendimento del titolo che, per chi lo acquista e mantiene fino a scadenza, dipenderà dall’Inflazione italiana (che si prevede possa essere bassa) e da un premio fedeltà e sarà verosimilmente molto inferiore al 6% descritto
  • Se i titoli di stato italiani rendessero il 6% mentre in Europa prevalgono rendimenti negativi sui titoli di stato sarebbe un grosso problema, perché vorrebbe dire che l’Italia è percepita come un debitore molto rischioso

Per concludere l’elogio dei titoli di stato sul corriere lascia il tempo che trova, evidenzia una crescita dei prezzi delle obbligazioni legate a fattori eccezionali, difficilmente ripetibili e sono molto contento che chi ha letto il mio libro si sia accorto che qualcosa non andava.

Quello che non possiamo stancarci di ripetere è che le scelte di risparmio non si fanno in base alle mode del momento, ma in seguito ad valutazioni di rischio ponderate e basate sulla conoscenza degli elementi di base della finanza.

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Capitolo 2 #LaFinanzaInSoldoni Circolo Vizioso e Circolo Virtuoso

Abbiamo visto che in ogni periodo, se il governo spende più di quanto incassa, qualcuno deve finanziare il suo deficit di bilancio. Questo vale per il singolo periodo. Tuttavia quanto uno stato realizza disavanzi di bilancio per diversi anni il debito si accumula. Abbiamo quindi una nuova voce che entra nel bilancio: il rimborso di capitale e interessi del debito contratto in passato.

Se prendo in prestito cento euro presso un istituto bancario e ne rimborso centodieci si dice che cento è il capitale che ho preso in prestito e poi restituito, mentre dieci sono gli interessi ossia il compenso che riconosco alla banca per avermi concesso il prestito.

Con il debito pubblico funziona in modo abbastanza analogo: lo stato mette in vendita dei titoli, che possiamo immaginare come un pezzo di carta con su scritto “rimborserò l’importo X alla data Y”. In particolare questi titoli funzionano in modo che lo stato debba pagare gli interessi periodicamente e rimborsare il capitale a scadenza. Nella pratica il meccanismo è leggermente più complicato, ma afferrare il concetto di base non sono necessari approfondimenti tecnici ulteriori.

In genere gli stati sovrani quando arriva il momento di rimborsare il capitale possono emettere nuovi titoli per raccogliere nuovi fondi con cui pagare quelli in scadenza.

Esempio: il tesoro italiano oggi vende un titolo di debito che chiameremo obbligazione 1. E’ un pezzo di carta su cui c’è scritto che lo stato riceve 100€ oggi e si impregna a pagare a pagare interessi per 1,5€ ogni anno e rimborsare il capitale di 100€ dopo 5 anni.

Dunque per il governo ci saranno i seguenti movimenti di denaro (flussi di cassa)

  • Anno 0: + 100€ riceve il capitale in cambio di una promessa di restituirlo con interessi
  • Anno 1: – 1,5€ paga interessi
  • Anno 2: – 1,5€ paga interessi
  • Anno 3: – 1,5€ paga interessi
  • Anno 4: – 1,5€ paga interessi
  • Anno 5: – 101,5€ paga 1,5 di interessi e restituisce il capitale di 100€

Immaginiamo che all’anno 5 il governo emetta un nuovo titolo che chiameremo obbligazione 2  del valore di 100€ con le stesse condizioni di obbligazione 1. Con i 100€ ricevuti emettendo obbligazione 2 il governo può rimborsare quanto dovuto ai compratori di obbligazione 1.

Si capisce che il meccanismo può andare avanti all’infinito e che le uniche cose di cui è necessario preoccuparsi sono:

  • Che ci sia sempre qualcuno disposto a comprare nuovi titoli, in modo da poter ripagare quelli che scadono col ricavato delle nuove emissioni
  • Che ci siano soldi sufficienti per pagare gli interessi alle scadenze temporali convenute

Per questo motivo in genere ci si concentra sulla sola componente di interessi da pagare, perché sono quelli che incidono sul bilancio dello stato, mentre il capitale, finché si trovano acquirenti per i nuovi titoli, viene rimborsato “rinnovando” il debito.

Se il debito accumulato nel tempo è molto elevato e la quota di interessi da pagare ogni anno può essere utile calcolare un saldo parziale del bilancio dello stato che non comprenda questa voce. Si chiama saldo primario ed è dato dalle entrate, meno le uscite che non includono la spesa per interessi.

Perché questa complicazione?

Per comprendere quanto la “zavorra” del debito accumulato in passato costituisca un vincolo per il bilancio presente e possa dare luogo ad un circolo vizioso che porta il debito pubblico a crescere nonostante lo stato spenda meno di quanto incassa.

Il saldo primario misura il contributo che il bilancio dello stato da all’accumularsi del debito, se non consideriamo gli oneri dovuti per interessi.

Avere un avanzo primario, come accade in Italia da molti anni, vuol dire che, a parità di tutte le altre condizioni (vincolo fondamentale), se non ci fossero da pagare interessi sul debito passato, il governo potrebbe ridurre gradualmente la consistenza del debito usando le entrate in eccesso rispetto alle uscite.

Questo dovrebbe anche farci capire quanto l’eredità negativa del debito accumulato in passato possa influenzare le scelte politiche presenti.

Tuttavia gli interessi da pagare ci sono, che senso ha tenere questa contabilità separata?

Per valutare correttamente lo stato delle finanze pubbliche e capire i vincoli che condizionano le scelte dei politici, non è sufficiente guardare la situazione in un singolo istante, ma occorre valutare l’evoluzione nel tempo dei saldi di bilancio e misurarli in proporzione alle dimensioni dell’economia di riferimento per cui tipicamente vengono rapportati al prodotto interno lordo.

Abbiamo visto che lo stato non deve preoccuparsi di rimborsare la quota capitale del proprio debito, perché può emetterne di nuovo per ripagare quello in scadenza.

Il profilo su cui deve concentrare la propria attenzione è che nel tempo il debito non cresca più velocemente di quanto cresce l’economia, perché in tal caso gli operatori avrebbero la percezione che prima o poi gli oneri legati alla gestione possano diventare eccessivi e dunque insostenibili.

Per controllare la velocità con cui cresce il debito è fondamentale tenere sotto controllo la spesa per interessi e il saldo primario. Un disavanzo primario implica che la gestione ordinaria dello stato (che non considera la spesa per interessi) sta aggiungendo nuovo debito a quello esistente. Un avanzo primario ha il significato opposto.

Se il discorso sembra farsi complicato non spaventatevi, diventerà più chiaro passo dopo passo.

Per ora è sufficiente ricordare che:

  1. Sul debito pubblico accumulato nel tempo è necessario pagare degli interessi e questa voce può incidere in modo rilevante sul bilancio dello stato e condizionare le scelte di chi è al governo
  2. Una misura che è utile tenere d’occhio è il saldo primario, dato dalle entrate, meno le uscite senza conteggiare tra le uscite la spesa per interessi  
  3. Quando il debito accumulato supera una certa dimensione si crea un circolo vizioso per il quale gli interessi da pagare sul debito passato obbligano lo stato a contrarre nuovo debito aggiuntivo peggiorando la propria posizione

Note e Riferimenti:

Saldo primario

Andamento dei conti pubblici in Italia: entrate, spese, saldi e interessi (1980-2019) 

L’avanzo primario italiano, una storia virtuosa,

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Episodio 6 de #laFLEalMassimo contro il virus della cattiva politica

Il 2020 è stato un Annus horribilis, in primo luogo per le tante vite umane perdute a causa della pandemia, ma anche per la odiosa asimmetria, che ha visto registrare il maggior numero di vittime tra le categorie più deboli, come gli anziani e gli individui con condizioni pregresse, tra gli operatori sanitari che hanno contrastato l’emergenza in prima linea e, tra le persone più vulnerabili dal punto di vista socio-economico, i poveri, gli esclusi, gli ultimi.

Contro la malattia abbiamo avuto modo di impiegare due rimedi formidabili. Il primo è la scienza, che ci ha consentito di imparare velocemente limitare i danni della malattia e di trovare nello spazio di mesi dei vaccini che in condizioni normali avrebbero richiesto anni. Il secondo è la solidarietà umana che ci ha spinto a cooperare per affrontare la crisi con uno sforzo congiunto e per correggerne gli esiti più ingiusti ed odiosi.

Se possiamo guardare con fiducia al nuovo anno sotto il profilo sanitario e assumere con ragionevole certezza, che saremo capaci di ridurre sempre più il numero di vittime e l’entità dei danni biologici diversa e ben più complessa è la prospettiva che riguarda la distruzione che la pandemia ha portato nel tessuto economico e sociale.

Per quanto riguarda la finanza pubblica, il nostro paese si è trovato ad affrontare la pandemia da Covid19 partendo da posizione di particolare debolezza rispetto alla maggioranza degli altri paesi sviluppati a causa di decenni di scarsa crescita economica e di un rapporto tra debito e PIL troppo elevato. Alla fine del 2019 l’Italia era l’unico paese in Europa a non essersi ripreso dalla crisi finanziaria di 11 anni prima.

In passato, le politiche di spesa pubblica scellerata, ci hanno fatto perdere una parte della nostra libertà, perché gli interessi da pagare su un debito troppo elevato vincolano l’operato dei governi: dobbiamo evitare che gli errori del passato si ripetano in un momento storico particolarmente favorevole all’intervento dello stato nell’economia.

E’ dunque questa la prova più difficile che dovremo affrontare nel prossimo anno, una sfida che ha carattere più politico che economico: riuscire a conciliare l’opportunità di un ruolo attivo da parte dei governi volto a mitigare il costo sociale della crisi economica, che segue all’emergenza sanitaria, con la necessità di non ripetere gli errori del passato dissipando risorse preziose e accumulando debito insostenibile.

A questo proposito le linee guida fornite nel recente report del G30 realizzato sotto la direzione di Mario Draghi and Raghuram Rajan suggerisce una sintesi particolarmente equilibrata: dopo la fase più acuta dell’emergenza, per lo più caratterizzata da misure di tipo generalista, al fine di portare liquidità sufficiente a tutti gli operatori, nei prossimi mesi sarà fondamentale passare ad un regime di interventi più mirati, che tengano conto di quali realtà potrebbero essere irrimediabilmente insolventi e  che non invadano il campo nei segmenti dove le forze di mercato possono funzionare correttamente, in modo che si eviti lo spreco di risorse pubbliche e che i governi si concentrino sulla limitazione dei danni al tessuto sociale.

E’ dunque fondamentale che i cittadini degni di questo nome rispondano nel nuovo anno ad una duplice chiamata di dovere morale e di responsabilità civile. Il dovere morale è quello di accettare le limitazioni alla propria libertà personale, che sono obiettivamente giustificate dalla concreta possibilità di contribuire al benessere comune rallentando la diffusione della malattia. La responsabilità civile è quella di vigilare che politici ed istituzioni non abusino dei propri poteri, che agiscano sempre in modo trasparente e che rendano conto del proprio operato in tutte le sedi competenti.

Il virus della cattiva politica può approfittare vigliaccamente della condizione di fragilità che caratterizza molti individui, debilitati e dallo stress legato alle circostanze eccezionali che stiamo vivendo, per estorcerne il consenso in cambio di una illusoria protezione che, come tutte le droghe, dopo un breve ed effimero intervallo di sollievo o di euforia, porta solo ulteriore devastazione nell’organismo.

Se il virus biologico colpisce in prevalenza gli anziani e gli organismi debilitati, la peste politica danneggia soprattutto i giovani, minando le basi del loro futuro:  contro questa odiosa ingiustizia abbiamo il dovere morale di reagire.

L’augurio che possiamo darci per l’anno nuovo è allora quello avere il coraggio di contrastare un male ancora più pericoloso del virus che ha stravolto le nostre vite in quello passato e di rifiutare sempre il negozio scellerato di chi ci propone a fronte di un’illusione di sicurezza di rinunciare alla nostra libertà.

Auguri a tutti da #laFLEalMassimo

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Dal dicembre 2020 è anche un libro disponibile in ebook e in versione cartacea su Amazon e in audio a puntate sul podcast omonimo.

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Breve messaggio di auguri in #Pocast

Il 2020 è stato un anno terribile a causa delle tante vite perdute per la pandemia e per l’odiosa ingiustizia che ha visto il maggior numero di vittime tra i deboli, come gli anziani, tra gli operatori sanitari e tra le persone più vulnerabili sul piano sociale, i poveri e gli ultimi.

Contro l’emergenza sanitaria abbiamo però impiegato due armi molto efficaci. La prima è la scienza che ci ha consentito di imparare velocemente limitare i danni della malattia e di trovare nello spazio di mesi dei vaccini che in condizioni normali avrebbero richiesto anni. La seconda è la solidarietà umana che ci ha fatto  cooperare dare vita a uno sforzo congiunto per correggerne gli esiti più ingiusti ed odiosi dell’emergenza.

Possiamo guardare con fiducia al nuovo anno sotto il profilo sanitario e assumere con ragionevole certezza, che saremo capaci di ridurre sempre più il numero di vittime e l’entità dei danni biologici. Rimane aperta la sfida di riparare alla distruzione che la pandemia ha portato al tessuto economico e sociale e per questo l’augurio per il prossimo anno deve essere di ricostruire un’economia e una società migliore facendo tesoro delle lezioni apprese durante questo anno difficile.

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Capitolo 1 – Debito Buono e Debito Cattivo

Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea e autorità indiscussa a livello mondiale in tema di politica economica, ha tenuto un discorso particolarmente emozionante ed evocativo durante la cerimonia di apertura del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini il 18 agosto 2020. Parlando più di etica che di economia, il banchiere centrale passato alla storia per aver salvato l’euro con una dichiarazione (“Faremo tutto quello che sarà necessario e, credetemi, sarà abbastanza”) si è concentrato sul dovere morale di adoperarci oggi affinché il futuro dei nostri giovani non sia compromesso dall’eredità negativa di un debito pubblico insostenibile.

Più in dettaglio ha parlato di una distinzione tra debito buono e cattivo:

“La ricostruzione (…) sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. (..)E questo debito sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi. Ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca e altri impieghi.  Se cioè sarà considerato “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”.

Mario Draghi

Una corretta comprensione del ruolo giocato dal debito pubblico e dalla sua sostenibilità del tempo è fondamentale per comprendere tutte le discussioni inerenti programmi, promesse e compromessi di ciascun governo in tema di spesa pubblica e il rapporto con istituzioni sovranazionali come il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e la Commissione Europea, in particolare con riferimento alle risorse ingenti che il nostro paese dovrebbe ricevere dal Recovery Fund.

In estrema sintesi, il bilancio dello stato è composto da due voci:

  1. le entrate, che sono i soldi che lo stato incassa a fronte delle imposte pagate da cittadini e imprese
  2. le uscite, che sono i soldi che lo stato spende per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, per far fronte alle spese per il funzionamento dell’apparato statale e per altre attività ritenute utili (pagare una parte delle pensioni, salvare Alitalia, ricapitalizzare il Monte dei Paschi di Siena etc)

Se le due voci si equivalgono vuol dire che il bilancio è in pareggio. Questo si verifica molto raramente, mentre il caso più frequente è che il bilancio sia in disavanzo o deficit il che vuol dire che lo stato spende più di quanto incassa e dunque qualcuno deve prestargli i soldi per pagare la parte di spese non coperta dalle sue entrate. A questo punto entra in gioco la dimensione finanziaria

Se scambio lezioni di Matematica con una teglia di lasagne, che mangio mentre spiego si attua un baratto, uno scambio in cui le due prestazioni avvengono nello stesso momento. Se invece in cambio delle lezioni accetto di ricevere una cassata a fine mese entrano in gioco il tempo, il rischio e la finanza. Io cedo la mia lezione oggi in cambio di un credito per una torta. Il credito implica che devo aspettare un certo lasso di tempo per ottenere quello che mi spetta e questo comporta dei rischi: potrei morire nel frattempo, potrei non ricevere quanto mi spetta o ricevere qualcosa di diverso.

Dicevamo che qualcuno deve prestare soldi allo stato e questo implica fiducia nel fatto che il debitore possa ripagare quanto dovuto nei tempi previsti. Se lo stato utilizza i soldi che ha ricevuto in prestito per investimenti produttivi, che fanno crescere l’economia e, dunque, consolida o migliora la possibilità che in futuro il governo possa onorare le proprie obbligazioni, vuol dire che il debito contratto è “buono”.

Se lo stato utilizza i fondi per impieghi improduttivi (ad esempio bonus o sussidi verso alcune categorie nella speranza di catturarne il consenso) allora il debito contratto è “cattivo” poiché diventa meno probabile e credibile che possa ripagarlo nei tempi previsti.

La “qualità” del debito dunque dipende dalle prospettive di crescita del paese, che a loro volta dipendono da come il governo ha speso i soldi che ha ricevuto in prestito. Peggiore è questa qualità e più alto sarà il compenso richiesto da chi accetta il rischio di prestare i soldi al paese, fino al punto in cui, oltre un determinato livello di rischio, potrebbero non esserci soggetti disposti a sottoscrivere il debito.

Il messaggio di Draghi è che per molti anni l’Italia ha accumulato debito cattivo, ha speso più di quanto incassava perché i politici al governo volevano catturare il consenso degli elettori (ad esempio con misure in favore di pensionati e pensionandi) e questo ha prodotto un onere insostenibile per i giovani che dovranno ripagarlo in futuro.

Secondo il banchiere centrale sussiste per noi tutti un dovere morale di invertire questa tendenza e concentrare gli sforzi e le risorse sui giovani e sugli investimenti produttivi al fine di aumentare la quota di “debito buono” sul totale.

Per riepilogare:

  1. Quando lo stato spende più di quanto incassa il suo bilancio è in deficit e qualcuno deve finanziare questo disavanzo acquistando titoli di debito pubblico
  2.  La disponibilità dei soggetti ad acquistare i titoli e il rendimento da loro richiesto dipende da quanto è credibile la prospettiva che il paese onori i propri impegni
  3.  Per guadagnare credibilità agli occhi degli investitori che acquistano il debito un paese deve dimostrare di impegnarsi per realizzare politiche che producano crescita economica in futuro

Note e Riferimenti:

The National Debt Explained, Investopedia,

Federal Budget, Investopedia

Government budget, Wikipedia,

Finanza: quanto siamo maleducati

Tavola Rotonda su Educazione Finanziaria organizzata da ASCOFIND

Indagine sulla ‘Alfabetizzazione e le competenze finanziarie degli Italiani (IACOFI), Banca d’Italia,2017-20

OECD/INFE 2020 International Survey of Adult Financial Literacy

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#laFLEalMassimo SuperEvasore: l’eroe di tutti i poltici

E’ più scaltro di Arsenio Lupin, più intelligente e diabolico di James Mo-riarty storico antagonista di Sherlock Holmes e vergognosamente ricco in modo indebito come Rockerduck nemico giurato di zio paperone.

Tra i suoi nemici si possono annoverare la logica aristotelica e il rasoio di Occam

E’ superEvasore paladino dei mestieranti della politica, capro espiatorio in stile Malaussène a formidabile arma di distrazione di massa nei confronti dei reali problemi del paese.

Vediamo un bambino,  il piccolo Hans Christian interrogarsi pensoso sui vestiti nuovi dell’imperatore del Grillo: cosa avranno di diverso gli idraulici e i professionisti italiani da quelli degli altri paesi? Perché questa ossessione nei confronti dell’evasione, principale problema del paese come il traffico del film di Johnny Stecchino?

Non è più semplice pensare che sia lo stato a non essere capace o a non avere la volontà di farsi pagare? E’ più credibile che l’evasore medio italico sia una formidabile escapista come Harry Houdini o che il meccanismo di verifica e sanzione degli illeciti del belpaese sia efficace ed efficiente come i ranghi organizzativi dell’antica Bisanzio?

Se tanti contribuenti cooperano per frodare il fisco, perché per ogni venditore disonesto è necessario che ci sia anche un compratore complice, non sarà per caso che l’intero sistema è assurdamente oppressivo e intollerabilmente ingiusto? Sarà mica che pagare imposte oneste a un sistema che funziona può essere accettabile, se non gratificante, mentre pagare imposte elevate per uno stato che funziona male è percepito come l’ennesima beffa che si aggiunge al danno?

Quando le domande si fanno scottanti arriva SuperEvasore con la sua arma segreta, il controfattuale superfisso: se tutti pagassimo tutte le tasse sparirebbe la fame nel mondo e il riscaldamento globale e secondo alcune stime anche i film di Christopher Nolan avrebbero una trama lineare.

Inutili gli sforzi di un’altra bambina, la  piccola Cassandra, che cercava di spiegare ai propri genitori la traslazione d’imposta, e il patto occulto tra evasori e cooperanti. La sentiamo dire in vano ai genitori che se tutti avessero cognizione del livello reale dell’imposizione del paese ci sarebbe una rivolta. Che forse una tolleranza opportunistica dell’evasione da parte di politici e funzionari della pubblica amministrazione è un ingranaggio del sistema perverso che lega l’imposizione oppressiva alla spesa improduttiva.

Ma ancora superEvasore scende in campo con la lotta al contante e il contrasto d’interessi. Se tutti pagassimo in digitale e il mondo sarebbe un paradiso in terra e il bilancio dello stato una sorta di moto perpetuo nel quale le deduzioni degli uni sono nuove imposizioni per gli altri. Folle di contribuenti ottenebrati dal sostituto d’imposta sciamano per le strade chiedendo il sangue dei perfidi evasori mentre lentamente prende fuoco una quantità di libri di logica, aritmetica e contabilità grande quanto la biblioteca di Alessandria.

L’ultimo bambino ha gli occhiali tondi come Harry Potter, ma usa argomenti degni del Grillo Parlante: se veramente si volesse ridurre l’evasione fiscale invece di distorcere le regole che non vengono rispettate di opprimere chi si comporta in modo onesto, non si potrebbero solo fare dei controlli? Usare la tecnologia per incrociare i dati e far rispettare la legge come avviene in ogni paese civile?

Ma superEvasore ci sorride beffardo e assesta il colpo finale: il suo vero superpotere è l’avversione di tutta la classe politica e burocratica nei cofronti di un sistema fiscale più semplice e più giusto che limiterebbe i margini per abusare delle spesa pubblica da cui dipende il consenso dei politici e il potere dei burocrati.

Quindi SuperEvasore trionfa nel ripudio della logica e del buonsenso, nella fede ideologica che ossessiona i tassatori compulsivi e ai giovani non resta che scansarsi in tempo prima che il leviatano li schiacci col suo peso.

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Capitolo 0 – Introduzione del libro

Quando ho iniziato a scrivere questo libro avevo in mente l’idea che l’ignoranza in ambito finanziario potesse essere molto dannosa, ma non avrei mai immaginato che potesse arrivare a costare la vita come è accaduto negli Stati Uniti, ad Alex Kearns di 20 anni che si è suicidato perché era convinto di aver subito delle perdite consistenti nel corso dell’attività di trading on line.

Interpretando in modo non corretto un prodotto finanziario molto sofisticato, il ragazzo era convinto di aver subito perdite per circa settecentocinquantamila dollari, mentre in seguito si è appurato che il suo conto presentava un saldo positivo per sedicimila dollari

Se c’è un senso nel tempo dedicato a questo libro, così come al podcast e al canale youtube è sicuramente quello di evitare che tragedie come quella di Alex si ripetano.

Quanto ci costa l’ignoranza?

L’ignoranza in ambito finanziario limita fortemente la nostra capacità di comprendere gli eventi che ci circondano e può indurci a tenere comportamenti sbagliati e in ultima istanza dannosi.   

Ad esempio, può spingerci a richiedere un finanziamento che non saremo in grado di ripagare, oppure a impiegare male il nostro risparmio, acquistando titoli troppo rischiosi o non coerenti con le nostre esigenze e preferenze. Può, inoltre, limitare i nostri diritti politici, impedendoci di comprendere a fondo le conseguenze economiche dei programmi dei partiti che siamo chiamati a votare.

In circostanze estreme può impedirci di avvistare per tempo “iceberg” rilevanti per il corso delle nostre vite quali il fallimento dello stato in cui viviamo o il collasso del sistema pensionistico sul quale dovremo fare affidamento quando ci ritireremo dal lavoro.

Insomma l’ignoranza in ambito finanziario può avere conseguenze particolarmente dannose e questo breve libretto è stato concepito come agile vademecum per cercare di limitare i danni che da essa potrebbero derivare.

Quanto siamo ignoranti?

Alle riflessioni di carattere generale si può aggiungere qualche considerazione specifica riguardante l’Italia. Secondo l’Indagine sull’Alfabetizzazione e le competenze finanziarie degli Italiani (IACOFI) condotta dalla banca d’Italia nei primi mesi del 2020 l’Italia si colloca al penultimo posto in base a un indicatore che misura competenze, comportamento e attitudini in ambito finanziario.

Guardando all’organizzazione della scuola dell’obbligo, si può osservare come sia previsto l’insegnamento di nozioni di base di musica, arte e immagine ed educazione fisica e, ancorché in via opzionale anche della religione cattolica. Dunque possiamo confidare che ogni cittadino di questo paese conosca, almeno di nome, le sette note, i colori primari e, se del caso, i dieci comandamenti.

Non ci sembra invece necessario assicurarci, ad esempio, che i magistrati, che sono chiamati a dirimere controversie in sede civile, conoscano le nozioni di interesse composto o di valore della moneta nel tempo. 

Parimenti, è possibile diventare presidente della corte dei conti e, di conseguenza, giudicare sulla sostenibilità di politiche economiche o di provvedimenti legislativi, ignorando la differenza tra valore nominale e reale di una grandezza economica.

Il fatto che in questo paese, la conoscenza del solfeggio venga ritenuta più utile rispetto al calcolo finanziario, ha prodotto diverse conseguenze, tra le altre:

  1. Un gran numero di risparmiatori, fino all’introduzione della normativa Mifid II, si sono trovati ad acquistare azioni o obbligazioni bancarie subordinate, senza comprenderne le caratteristiche di rischio, al punto da venire poi(forse) indennizzati in seguito al default degli emittenti di quelle azioni e obbligazioni;
  2. La maggioranza degli elettori, esprime la propria preferenza per i partiti politici, senza comprendere le conseguenze pratiche delle scelte di finanza pubblica da questi prima programmate e poi (per fortuna mai integralmente) implementate;

Istituzioni fondamentali, quali ad esempio il sistema previdenziale, vengono riformate senza che un numero rilevante di cittadini possieda gli strumenti adeguati valutarne il corretto funzionamento e la sostenibilità nel tempo.

Questo breve libretto muove dalla modesta convinzione che, alcuni rudimenti di Finanza siano indispensabili per comprendere il mondo contemporaneo e, dalla dolente constatazione, che a causa della insufficiente educazione finanziaria, la maggioranza dei cittadini italiani non si renda conto delle conseguenze delle politiche economiche che i governi continuano mettere in atto. Queste ultime, concentrate sulla raccolta di consenso nel breve termine, si tradurranno inevitabilmente in una serie di oneri immediati molto rilevanti per la collettività e nell’ accumulo di obbligazioni ingiuste e sproporzionate per le generazioni future.

Note e Riferimenti:

The lockdown death of a 20-year-old day trader

Finanza: quanto siamo maleducati

BTP-ItaliaI cittadini hanno ‘votato’ con il portafogli?

Tavola Rotonda su Educazione Finanziaria organizzata da ASCOFIND

Indagine sulla ‘Alfabetizzazione e le competenze finanziarie degli Italiani (IACOFI), Banca d’Italia,2017-20

OECD/INFE 2020 International Survey of Adult Financial Literacy

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#laFLEalMassimo Cashback: l’elemosina del Sovrano

Il Cashback sui pagamenti con carta, che tanto graziosamente il sovrano munifico ha concesso al popolo in occasione delle festività natalizie rappresenta degnamente il rapporto di sudditanza che intercorre tra gli italiani e il potere politico.

Il principe fa tintinnare una manciata di monete sonanti e subito legioni di sottoposti accorrono a magnificarne la generosità e a tessere le lodi delle sofisticate applicazioni informatiche che consentono il miracolo della restituzione dei denari previa identificazione biometrica e autocertificazione informatica di buona fede e lodevole intento.

Poco importa che i soldi con i quali il politico di turno capta la benevolenza popolare siano stati presi dalle stesse tasche nelle quali saranno nuovamente recapitati. Tale è la soggezione intellettuale da non cogliere che la carica d’innovazione della misura natalizia è simile alla corazzata Potiemkin dei film di fantozzi.

E’ appena il caso di sottolineare che, a due giorni dall’inizio di una campagna che ne dura 23 di cui gli ultimi 11 soggetti a limitazioni alla circolazione, la sezione dell’app IO dedicata al cash back sia ancora oggetto di manutenzioni e aggiornamenti che non ne rendono possibile l’utilizzo.

Ma guardiamo al principio, degno di un Robin Hood al contrario: toglie ai deboli che non hanno la carta di credito o il  conto corrente, faticano a capire cos’è lo SPID o semplicemente desistono se devono impiegare un giorno di lavoro per capire come ottenere 10€ di sconto dalla stato, deboli che però  pagano l’IVA, IMU,TASI e IRPEF per dare ai professionisti del bonus, quelli che hanno scalato 600mila posizioni in coda virtuale per lo sconto sulla bici alla faccia di chi avesse provato ad attivare l’identità digitale in quei giorni con tutte le procedure bloccate.

Sappiamo che la pandemia ha colpito in modo diseguale dal punto di vista economico, risparmiando pensionati e dipendenti che hanno potuto lavorare nel lockdown o imboscarsi a parità di reddito, mentre commercianti e liberi professionisti spesso rimangono ancora al paolo. Quale tra le due categorie avrà maggiore beneficio dal cash back? Chi ha messo via soldi da spendere ed è abituato ad usare le carte o chi sopravvive erodendo i risparmi nella speranza che arrivi presto un vaccino?

Cash back ingiusto, iniquo e illusoriamente finalizzato a favorire i pagamenti digitali contro l’evasione fiscale. Quanti perfidi parassiti scenderanno usciranno dagli attici in centro acquistati in contanti per sfidare i labirinti dell’antiriciclaggio e depositare le tasse non pagate in conti tracciati forti dell’incentivo irresistibile di 10% cashback da ottenersi previo attraversamento delle forche caudine virtuali mettendo a rischio decenni di attività delinquente per intascare, se va bene 150€?

Dovremmo ridere per non piangere eppure l’Italia del 2020 è quel posto dove un signore asceso al governo per caso e ivi rimasto più che per meriti propri per demeriti altrui e per la fortuita contingenza di una crisi sanitaria globale può blandire legioni di sudditi lobotomizzati con un app che non funziona, una promessa di rimborso finanziata degli stessi destinatari del beneficio e una narrazione fantastica di minori evasioni e di cultura digitale a cui può credere solo chi è rimasto ancora nel medioevo.

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La Finanza in Soldoni è anche un libro

L’ignoranza è il terreno fertile sul quale da sempre vengono coltivate idee e sbagliate e pericolose. Le pagine più oscure nella storia dell’homo sapiens, dalla follia nazifascista alle persecuzioni religiose, sono il prodotto della fede cieca in idee aberranti, che possono diffondersi e radicarsi anche grazie all’atteggiamento mentale di chi non conosce, pensa di non poter capire e, di conseguenza, crede.

In tempi più recenti, l’affermarsi di narrazioni xenofobe e sovraniste, dal muro sul confine del Messico alle “invasioni” dal Mediterraneo, che hanno sfruttato in modo opportunistico il malcontento derivante da alcuni esiti dei processi di globalizzazione, è stato in larga misura agevolato da una generale ignoranza sul funzionamento di base dei sistemi economici e sui benefici derivanti dal commercio internazionale e dalla libera circolazione di persone e merci.

Lo scopo di questo libro è di spiegare in modo molto semplice le basi della finanza, cercando di veicolare i concetti in modo intuitivo, evitando per quanto possibile i passaggi troppo “tecnici”, attraverso capitoli brevi con riferimenti all’attualità e cercando di esporre gli argomenti in modo “digeribile”.

Il libro è diviso in tre parti:

  1. Ripaga a Noi i Nostri Crediti – che parte dall’analisi e commento su alcuni dei principali temi di finanza pubblica, oggetto di maggiori fraintendimenti, disinformazione e  rappresentazioni fuorvianti (leggi un estratto)
  2. Come Noi li rimettiamo ai nostri debitori – che espone i concetti di base della teoria finanziaria e cerca di spiegare con parole semplici quali accortezze osservare per operare in modo razionale e conveniente le proprie scelte di risparmio (leggi un estratto)
  3. Le Lezioni di Draghi – nella quale si traduce e commenta l’editoriale a firma dell’ex presidente della Banca Centrale Europea pubblicato dal Financial Times nel marzo 2020 e si riassume il discorso al Meeting di Rimini tenutosi l’agosto successivo, per distillare alcune importanti indicazioni, per comprendere e superare le criticità per il sistema economico legate alla pandemia da Covid19 (leggi un estratto)

Questo libro è parte di un progetto divulgativo che include un canale Youtube, un Podcast e un Blog,

Questa attività non intende in alcun modo configurarsi come consulenza finanziaria, fiscale o giuridica di alcun tipo e costituisce un contributo di tipo volontaristico alla diffusione di una maggiore consapevolezza e di una adeguata comprensione dei meccanismi finanziari, che consentonoai sistemi economici in cui viviamo di funzionare.

Secondo la formula “rimborsati prima ancora che soddisfatti” si può richiedere il libro in formato elettronico e leggerlo gratuitamente scrivendo a:

mfamularoblog@gmail.com

oppure contattando l’autore via social network Linkedin, Twitter o Facebook.

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#Cashback storia di Robin Hood al contrario

Partiamo da una constatazione semplice ed auto-evidente: la nuova misura acchiappa-consenso e distrai-popolazione, il cashback natalizio non prevede requisiti di reddito per la concessione del bonus pari al 10% degli acquisti fatti con carta di credito fuori da internet.

Questo vuol dire che con ogni probabilità avrà carattere regressivo premiando chi ha un reddito maggiore ed è stato colpito meno dalla pandemia. Su quali basi si fonda la mia congettura? Esaminiamo brevemente i requisiti per accedere al bonus e proviamo a ipotizzare quali sono le tipologie di cittadini che tipicamente li posseggono.

Per avere il bonus devi avere in conto corrente bancario e una carta di credito. Non credo ci siano dubbi sul fatto che entrambi gli strumenti di pagamento siano appannaggio di persone che si collocano sopra una certa soglia di reddito e che possa essere frequente non averli tra le fasce più povere della popolazione. Dunque per Natale facciamo come Robin Hood al contrario e diamo un bonus a chi è più ricco a spese anche di chi è più povero.

Sappiamo anche che la pandemia ha colpito in modo asimmetrico diverse categorie di cittadini. Chi ha un contratto di lavoro da dipendente (pubblico o privato) o una pensione è stato colpito meno, perché ha mantenuto invariato lo stipendio anche nelle fasi più critiche di lockdown. Che si tratti di eroici operatori sanitari in prima linea, a cui tutti siamo grati o di impiegati più o meno imboscati nelle grandi imprese o nella PA non cambia che il reddito sia rimasto invariato.

Ora chi pensate che possa avere una maggiore attitudine a effettuare acquisti con carta di credito? Chi dispone di uno stipendio accreditato in conto corrente o chi viene frequentemente pagato in contanti, escludendo qualunque caso di evasione fiscale? Il bonus con carta di credito premia con ogni probabilità chi è stato colpito meno dalla pandemia, ha soldi da spendere e preferisce usare una carta di credito.

La reazione pavloviana più frequente, quando si parla di carte e di contanti, è quella di tirare in ballo l’Evasione Fiscale: incentivando i pagamenti con carta possiamo ritenere che questa misura favorisca il contrasto dell’Evasione? Due semplici argomenti per non cascarci.

In primo luogo non è affatto detto che il bonus incentivi gli acquisti con carta di credito: può ben essere che si limiti a premiare consumi che si sarebbero fatti anche senza il bonus. Per quale tipo di acquisto un 10% di sconto con tetto a 150€ ad esclusione degli acquisti on line vi induce a modificare le vostre abitudini? Se influenza solo la modalità di pagamento, a parte fare un favore agli intermediari che emettono le carte e guadagnano una commissione a scapito degli esercenti che la pagano a chi serve questa misura?

In secondo luogo, chiarito che tra i non evasori la misura serve solo a trasferire reddito tra esercenti e intermediari e a dare un premio a chi è stato colpito meno dalla crisi, qual è l’impatto sull’evasione? Se pagando o accettando contanti gli evasori hanno benefici nell’ordine del 20% di IVA e del 35% di IRPEF che incentivi pensate possa dare un ricco 10% di cashback con tetto a 150€.

Ma i principali beneficiari della misura saranno probabilmente i politici che potranno andare in giro a raccontare di aver messo in tasca dei soldi agli italiani. Che poi quei soldi siano stati presi ad altri contribuenti, verosimilmente meno ricchi e più bisognosi è un dettaglio che sembra non interessare neanche ai sinistri fautori dell’uguaglianza a tutti i costi,.

Per Riassumere: il fantomatico cashback premia ingiustamente chi è in una minore condizione di bisogno ed è stato colpito meno dalla pandemia e non serve a niente in termini di contrasto all’evasione fiscale. Però è probabile che funzioni abbastanza bene come strumento di marketing per una classe politica mediocre nei confronti di un elettorato con una quota elevata di analfabeti funzionali e digitali.

La Finanza in Soldoni è un progetto multicanale volto alla promozione di una corretta informazione e adeguata comprensione dei fenomeni economici.

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#laFLEalMassimo Patrimoniale Ingiusta e Miope

Nel mondo a somma zero del socialismo illiberale non si può migliorare la posizione di qualcuno senza peggiorare quella di qualcun un altro. Ne consegue che le proposte politiche provenienti da questa area di pensiero siano essenzialmente improntate a una qualche forma di lotta di classe volta a scalfire le fortune immeritate dei paperoni facoltosi per redistribuire risorse a chi è stato ingiustamente penalizzato dalla cospirazione dei poteri forti quando non si tratti di vittime del destino cinico e baro.

In Italia, con la fiscalità sui redditi che si colloca già al di fuori della grazia di dio e in presenza di più di una patrimoniale, quale creativa innovazione potrebbe mai concepire un politico opportunista che volesse sfruttare la ghiotta occasione offerta da una pandemia globale?

La risposta si può trovare in un emendamento alla legge di bilancio firmato da deputati di Leu e del Pd e chiede l’abolizione dell’Imu e dell’imposta di bollo sui conti correnti e di deposito titoli, per sostituirle con un’imposta patrimoniale dello 0,2% “sui grandi patrimoni la cui base imponibile è costituita da una ricchezza netta superiore a 500 mila euro”. I primi firmatari sono Nicola Fratoianni, che fa parte della componente di Sinistra Italiana in Leu, e Matteo Orfini, della minoranza Pd.

Fantasticare di nuove imposte in Italia è un pò come parlare di corda in casa di un impiccato, con che faccia si può pensare di riuscirci senza oltrepassare il senso del ridicolo? Lo stratagemma più diffuso è il vecchio trucco di Robin Hood: finché colpisci i ricchi le tasse non saranno mai abbastanza e puoi sempre dire che col ricavato aiuterà i poveri guadagnando il paradiso per tutti. Se poi vogliamo aggiungere un tocco di classe c’è l’evergreen dell’evasione fiscale vuoi mai che uno che ha accumulato un patrimonio considerevole sia anche una persona onesta? Tanto onesta quanto gli statali in smart working senza la possibilità materiale di lavorare, ma con lo stipendio pieno a fine mese?

Facciamo una parentesi economica prima di trarre conclusioni politiche. In astratto le imposte patrimoniali non presentano controindicazioni particolari nella misura in cui si tiene conto di due fattori rilevanti. In primo luogo, al netto di donazioni ed eredità, il patrimonio di un individuo è il risultato dell’accumulo negli anni di redditi che sono già stati assoggettati ad una imposizione. In secondo luogo, il patrimonio è spesso costituito di elementi illiquidi come immobili, aziende o altre tipologie di beni, dunque è necessario tenere presente questo aspetto per evitare che il contribuente sia costretto a dover vendere una parte del patrimonio per far fronte alle imposte.

Sul tema mi piace segnalare l’ottimo articolo del prof Sandro Brusco dalla Stony Brook Universty intitolato “Come si diventa super-ricchi” sul blog noisefromamerika di quasi 10 anni fa.

Dunque la valutazione da fare non riguarda la singola imposta, quanto la struttura del sistema fiscale nel suo complesso a fronte delle quali la proposta “nuova” patrimoniale porterebbe solo nuove distorsioni ed iniquità anche maggiori di quelle attualmente esistenti. Eliminando l’IMU dalla quale le prime case sono già esenti e le imposte di bollo sui conti si farebbe un regalo certo ai titolari di patrimoni vicini a 500mila euro, che si fatica a credere possano essere tra i più bisognosi a fronte di benefici incerti per i cittadini in difficoltà che hanno tutti i motivi per diffidare di un governo che durante le emergenze salva Alitalia, compra banchi a rotelle per le scuole che poi chiude e si appresta a ricapitalizzare il Monte dei Paschi di Siena dove ha già bruciato 5 miliardi nella speranza di porre fine all’emorragia di perdite.

I fanatici delle tasse buone che in genere non rischiano e nulla producono, mentre hanno l’arroganza di presumere l’evasione da parte di chi li mantiene producendo e tenendo in piedi il paese dovrebbero mettersi in tasca la loro sterile retorica e vergognarsi per aver mantenuto l’opportunismo degli sciacalli, mentre tanti cittadini onesti si trovano nell’impossibilità di potersi guadagnare da vivere.

Dunque è bene gridare forte e chiaro che i feticisti dell’oppressione fiscale prima di comportarsi come parassiti ragionano in modo tanto ottuso da segare il ramo sul quale sono seduti.

Il primo e ovvio principio che a loro sfugge è che lo scambio è un gioco a somma positiva, una società che si dota di istituzioni inclusive vede prosperare tutta la sua comunità, mentre all’opposto le istituzioni estrattive che tartassano i contribuenti determinano il fallimento delle nazioni come spiegato dal celebre libro dell’economista Daron Acemoglu dell’ MIT.

In secondo luogo la lotta all’evasione fiscale non può essere un’araba fenice da sbandierare nelle discussioni di retorica spicciola senza ammettere le responsabilità dell’amministrazione che non sa farsi pagare, dei cittadini che collaborano con chi non paga e delle leggi concepite nell’interesse degli azzeccagarbugli.

I cittadini degni di questo nome così come non possono tollerare alcuna infrazione della legge hanno il diritto di pretendere che lo stato che mantengono con le proprie tasse funzioni come si deve, sia capace di far rispettare la legge e di punire chi la infrange: da che parte pende la bilancia di chi chiede imposte aggiuntive avendo fatto pessimo uso di quelle passate? Non sarebbe il caso di accompagnare ogni nuova pretesa con un chiaro e trasparente impegno a non ripetere errori o abusi passati?

La patrimoniale che i sinistri figuri non si stancano di proporre è una farsa opportunista e non perché non sia giusto redistribuire, attività che il bilancio dello stato porta avanti in larga misura tutti giorni, ma perché si tratta di una misura parziale e mal concepita che peggiora un sistema fiscale che è già pessimo.

Il gioco perverso di questa società decadente non si contrasta cambiando il nome di chi distribuisce male le carte, o spostandone di poco una o due, ma rovesciando la forma mentis  di chi passa troppo tempo a cercare di tassare gli altri invece di rimboccarsi le maniche per contribuire allo sviluppo della comunità.

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Trailer 3 Episodio de #laFLEalMassimo

Nel mondo a somma zero del socialismo illiberale non è possibile migliorare la posizione di alcuno senza peggiorare quella di qualcun un altro. Ne consegue che le proposte politiche provenienti da questa area di pensiero siano essenzialmente improntate a una qualche forma di lotta di classe volta a scalfire le fortune immeritate dei paperoni facoltosi per redistribuire risorse a chi è stato ingiustamente penalizzato dalla cospirazione dei poteri forti quando non si tratta di vittime del destino cinico e baro. 

In Italia, con la fiscalità sui redditi che si colloca già al di fuori della grazia di dio e in un sistema dove esiste già più di una patrimoniale quale creativa innovazione potrebbe mai concepire un politico opportunista che volesse sfruttare la ghiotta occasione offerta da una pandemia globale?

Scoprilo nel nuovo podcast della Fondazione Einaudi la FLE al massimo di e con Massimo Famularo.

Iscriviti al Podcast #laFLEalMassimo

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Ancora Successi per lo Stato Banchiere

Di fronte al successo dell’offerta di acquisto da parte di Intesa Sanpaolo su UBI banca a fine luglio avevo parlato sul blog Econopoly 24 di una differenza culturale tra Banca di Sistema e Banca di Mercato mettendo a confronto le strategie divergenti dei primi due gruppi bancari del paese.

Questa chiave di lettura mi sembra utile ed efficace per leggere la decisione dell’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier di lasciare l’istituto al termine del proprio mandato il prossimo mese di aprile.

Quale banchiere italiano, cresciuto ben inserito e nel “sistema” avrebbe osato resistere ad un’ “offerta che non si può rifiutare” per accollarsi quel gran pezzo di una banca del Monte dei Paschi di Siena previo scudo dal rischio di contenzioso (9 miliardi di richieste contro 1 di accantonamenti), aumento di capitale (stimato prudenzialmente tra 1,5 e 2 miliardi) e con l’aggiunta di un bel beneficio fiscale (circa 3 miliardi di Defrerred Tax Asset) fresco di legge finanziaria?

Sicuramente nessuno. Ne consegue che, come si fa con un corpo estraneo il sistema immunitario del capitalismo politico-corporativo nostrano ha provveduto ad espellere il pericoloso virus della logica di mercato che il perfido manager francese minacciava di voler diffondere al di qua delle Alpi. Un segnale forte, per marcare il territorio e ribadire che le banche sono “cosa nostra” e che in questa congiuntura straordinaria, avversa a tutti tranne che che ai politici è appunto il primato della politica a dettare l’agenda.

Ma fuori dalle opinioni, ideologie e narrazioni nazional-populiste proviamo a guardare semplicemente ai fatti alla luce della dicotomia culturale  tra banca di sistema vs banca di mercato. Della prima ho già scritto in questo post evidenziando come la scelta di rafforzarsi in casa e compiacere il governo locale vince di sicuro nel brevissimo termine, ma lascia molte sfide di medio periodo che si avvicinano a velocità crescente e che avranno carattere tecnologico, organizzativo e globale.

Parliamo dunque della banca di mercato voluta da Mustier, al quale è stato consentito un certo margine di manovra anche per il carattere sistemico dell’istituto di Gae Aulenti che andava messo in sicurezza con mezzi propri posto che un eventuale dissesto sarebbe stato  “Too Big to handle” non solo per l’Italia, ma per tutta l’Unione Europea, che non può permettersi il rischio di reazioni a catena.

Il manager francese ha smaltito gli attivi tossici, nella forma essenzialmente di crediti deteriorati, ereditati dalle gestioni precedenti e lo ha fatto senza sconti o aiuti di stato, raccogliendo capitali sui mercati e sacrificando partecipazioni di valore come Fineco e Bank Pekao. Ha imboccato la via più stretta e impervia del risanamento interno affrontando di petto e senza esitazioni il dilemma sconveniente tra trasformazione ed estinzione che attende tutti i frequentatori dei salotti italici quando i soldi dei contribuenti e la pazienza dei regolatori cominceranno a scarseggiare.

Continua a Leggere sul Blog Econopoly 24

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L’eterno ritorno della patrimoniale

Ci troviamo ad affrontare la crisi economica più seria del dopoguerra, che ha colto il nostro paese in un momento di particolare fragilità. Decenni di scarsa crescita economica, produttività stagnante e spesa pubblica squilibrata per qualità e quantità avevano portato il rapporto debito/Pil intorno al 130% un livello critico già alla vigilia della pandemia. Secondo le prime stime le misure destinata ad arginare il deterioramento economico del sistema dovrebbero portare molto probabilmente la dimensione relativa del debito oltre il 150% mentre la possibilità di riportare l’Italia su  un sentiero di crescita rimane una sfida ancora da cominciare.

Come resistere alla tentazione di introdurre una bella imposta patrimoniale? Come non cogliere l’occasione per sfoderare un po’ di retorica a basso costo sul togliere ai ricchi per dare ai poveri?

Un emendamento alla legge di bilancio firmato da deputati di Leu e del Pd e chiede l’abolizione dell’Imu e dell’imposta di bollo sui conti correnti e di deposito titoli, per sostituirle con un’ imposta patrimoniale dello 0,2% “sui grandi patrimoni la cui base imponibile è costituita da una ricchezza netta superiore a 500 mila euro”. I primi firmatari sono Nicola Fratoianni, che fa parte della componente di Sinistra Italiana in Leu, e Matteo Orfini, della minoranza Pd.

Il ragionamento, tanto semplice quanto logicamente fallace e politicamente illusorio recita più o meno: chi non è ricco, non deve preoccuparsi perché non è soggetto alla nuova imposta, chi invece è abbastanza ricco da pagarla non dovrebbe lamentarsi.

Cosa non funziona in questo approccio? In primo luogo le imposte patrimoniali presentano diverse criticità sia in merito alla difficoltà di misurare la base imponibile sia per quanto concerne la liquidità degli attivi soggetti all’imposta. Per esempio un artigiano che possiede un appartamento e una bottega nel centro storico di Roma potrebbe facilmente avere un patrimonio immobiliare con valore di mercato teorico superiore ai 500mila euro, ma a causa del fatturato venuto a mancare per via della pandemia potrebbe non avere i soldi per pagare l’imposta e percepire la nuova misura come il colpo di grazia in un anno particolarmente negativo.

Ma il tema della liquidità ha un impatto anche sulla misurazione del valore del patrimonio. Quanto vale un albergo chiuso da un anno che basava il suo fatturato su viaggi di lavoro che potrebbero essere spariti per sempre? Quanto vale un’azienda di turismo che aveva un fatturato ingente fino allo scorso anno ma che difficilmente potrà tornare a fare utili nel breve termine?

Insomma per quanto appaia semplice togliere ai ricchi per dare ai poveri come nella leggenda di Robin Hood tassare il patrimonio è una questione complicata ed è più probabile che si presti ad aumentare le ingiustizie piuttosto che a raddrizzare i torti. Soprattutto per la banale constatazione che i paperoni dotati di attività liquide, quelli che l’imposta vorrebbe colpire maggiormente, sono anche quelli che trovano più agevole difendersi trasferendo la propria ricchezza e all’occorrenza la propria residenza in un altro paese oppure avvalendosi di professionisti in grado di aggirare le norme.

Posto che tassare i patrimoni è complicato e utilizzare imposte patrimoniali per fini equitativi è anche più illusorio, sarebbe meglio ragionare su soluzioni straordinarie, come quella suggerita dall’economista Michele Boldrin dalle pagine del blog Econopoly, che prevede un trasferimento dai contribuenti che hanno ottenuto benefici o non sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia verso coloro i quali hanno dovuto interrompere la propria attività per difendere la salute dei propri connazionali.

Più in generale, quando in un paese affetto da oppressione fiscale come l’Italia si parla di una nuova imposta patrimoniale la matrice culturale è quasi sempre quella di una ideologia miope, di una politica opportunista e di una visione del mondo particolarmente illiberale.

Quello che affligge il nostro paese e lo rende debole di fronte alle emergenze e incapace di crescere in modo sostenuto non è certo l’odioso privilegio dei ricchi (e sulla definizione di ricchi si potrebbe aprire un capitolo a parte), ma va altresì ricercato in un insieme di regole e istituzioni che punisce chi crea valore e cerca di rispettare la legge, premia chi la infrange o addirittura se ne fa beffe, preferisce gli amministratori incapaci purché fedeli e politicamente allineati favorendo lo spreco delle risorse dei contribuenti.

Prima di ingegnarsi su come tassare i patrimoni di chi ha lavorato e rischiato per accumularli i mestieranti della politica farebbero dovrebbero rappresentarci come intendono evitare il gettito delle nuove imposte finisca a pagare inutili banchi a rotelle, compagnie aeree fallite da decenni o banche storiche rovinate dalla politica locale.

Il sostegno per chi è stato maggiormente colpito dall’emergenza non può venire dal goffo tentativo di punire il successo o la fortuna di chi ha accumulato patrimoni tanto leggendari quanto sfuggenti e assestando l’ennesimo chiodo alla bara dove riposa l’incentivo degli italiani a crescere e innovare. Piuttosto è bene che venga da un nuovo sistema di regole efficienti e da un apparato statale che consenta a chi è caduto di rialzarsi sulle proprie gambe e non rimanere incatenato alla dipendenza da sussidi e bonus che diventano l’unica forma di sussistenza in un paese dove il lavoro e l’impresa libera diventano sempre più rari.

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Episodio 2 de #laFLEalMassimo

Nell’immaginario collettivo il debito non è una bella cosa. In tedesco Schuld che traduciamo come debito, significa anche colpa, biasimo. Probabilmente questa percezione negativa deriva da un legame emozionale che viene a crearsi con le circostanze particolari in cui i rapporti ordinari di debito e credito degenerano una delle due parti si trova gravata da oneri insostenibili e/o l’altra ne approfitta in modo indebito.

Non sorprende allora che, periodicamente, la cancellazione del debito, specie quello delle nazioni, emerga nel dibattito politico e faccia appello a leve di carattere etico invocando ideali di giustizia, solidarietà ed eguaglianza.

In quest’ottica si possono leggere le recenti affermazioni del presidente del parlamento europeo David Sassoli che ha invocato una cancellazione del debito pubblico legato alla pandemia, ipotesi che era stata ventilata anche dall’economista Leonardo Becchetti sulle pagine di Avvenire.

Insomma una narrazione affascinante: un debito cattivo di cui non abbiamo colpa, un’occasione per mostrarsi nobili esseri umani invece aridi ragionieri e una rosea prospettiva di crescita dopo che gli ostacoli della pesante zavorra accumulata in passato sono stati rimossi. Questa racconto intrigante come troppo spesso accade con le storie di successo finisce per allontanarsi sensibilmente dalla realtà che ha il difetto di essere meno attrante dei racconti ben scritti.

Vediamo allora alcune osservazioni sconvenienti sul tema, che rendono la prospettiva della cancellazione meno nobile e attraente.

In primo luogo è bene ricordare che ogni volta che un debito non viene ripagato il creditore subisce una perdita. Questo non cambia se il soggetto in questione è una banca centrale un’istituzione che, può regolare a piacimento la quantità di moneta in circolazione, ma che non ha il potere di modificare i beni e servizi esistenti nell’economia e dunque non può creare ricchezza dal nulla,

Se il debito “sparisce dal bilancio della BCE” allora vuol dire che le perdite ne erodono il capitale che gli stati nazionali dovranno ricostituire di fatto vanificando il beneficio derivante dal minor debito. Se invece la BCE creasse nuova moneta per compensare il debito la “perdita” reale andrebbe a spalmarsi su tutti i soggetti che detengono la valuta che subirebbe una riduzione del proprio potere d’acquisto in termini di beni e servizi.

Chiarito che il debito non sparisce e che al più si può trasferirne l’onere su qualcun altro ci potremmo chiedere quanto questo sia giusto: nel periodo della pandemia abbiamo assistito al salvataggio di Alitalia e all’acquisto di inutili banchi a rotelle quanto è meritorio sussidiare il debito contratto per far fronte a questo tipo di spese? Che incentivo lo stato sovraindebitato che ottiene un sollievo che incentivo riceve in merito alla qualità della spesa che ha effettuato?

La morale della favola è che i meccanismi finanziari possono agevolare lo spostamento nello spazio e nel tempo delle risorse reali, ma non possono modificarne la consistenza complessiva. Dunque immaginare di risolvere problemi reali per via finanziaria è un pericoloso abbaglio e occorre resistere al canto delle sirene che ci indirizzano verso scorciatoie che sono tanto attraenti quanto illusorie.

Il debito quando diventa eccessivo, si può legittimamente rinegoziare o ristrutturare, specie nelle scadenze e nei tempi di rimborso, ma è bene tenere a mente che quello che non paghiamo noi dovrà essere compensato da qualcun altro.

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Il padre di Feltri e la Moglie di Cesare

In un paese in cui tutti i media principali sono fortemente schierati sul piano politico e ideologico fa un sorridere il polverone sollevato dalla decisione del direttore dell’Huffington Post, Mattia Feltri di non pubblicare un post del presidente* della camera della camera Laura Boldrini che conteneva un riferimento al padre Vittorio.

la Finanza in Soldoni – Podcast

A chi accusa il direttore di censura, si potrebbe ben opporre il monito biblico, “chi è senza peccato scagli la prima pietra” oppure per proporzione l’invito a “non guardare il pelo nell’occhio altrui, ma guarda la trave che c’è nel tuo.” tenuto conto Feltri figlio e il giornale che oggi dirige si sono dimostrati in passato ben più indipendenti e inclini a raccontare le verità sconvenienti della stragrande maggioranza dei media di questo paese.

In ultima analisi, se all’editore e ai lettori dell’ Huffington Post Italia, ai quali il direttore ha il dovere di rispondere, sta bene che il buon nome della famiglia del direttore venga prima della libertà d’informazione, chi siamo noi giudicare o criticare questo fatto? Quale altro giornale in questo paese oserebbe scrivere qualcosa che possa anche solo marginalmente danneggiare chi lo dirige, lo edita, lo finanzia o che si fa portatore degli interessi che la testata a deciso di servire?

E’ opportuno altresì’ chiarire che la consolidata reputazione di Feltri Figlio e dell’ottimo giornale che dirige non dovrebbero ricevere un danno da questa vicenda: nel panorama dell’informazione italica, che di certo non brilla per indipendenza, coraggio e che troppo spesso non ha voglia e tempo sufficiente per curarsi di cose banali come la verità dei fatti, direttore e testata rimangono modelli positivi e assolutamente meritori del prezzo che si paga per leggerli.

Chiarito il discorso in linea di principio e il posizionamento relativo delle parti causa, si possono spendere due parole anche sul merito delle parole dell’onorevole Boldrini:

Si chiama victim blaming. Ed è parte, grande, del problema, rispetto a cui il ruolo dell’informazione è centrale. E mi riferisco polemicamente a quei giornali che fanno di misoginia e sessismo la propria cifra. Cosa dire del resto dell’intervento di Feltri su Libero, in cui si attribuiva la responsabilità dello stupro non all’imprenditore Genovese ma alla ragazza diciottenne vittima?

Laura Boldrini sul Manifesto.it

L’onorevole aveva pubblicato su Facebook il suo intervento che è poi stato ripreso dal Manifesto quindi grazie ai social network e alla pluralità di fonti di informazione (in vero grazie al fatto che tutte le parti politiche sono adeguatamente rappresentate) ci è dato conoscere il testo della frase incriminata.

Per quel minimo che si possa conoscere il personaggio di Feltri Padre non dovrebbe sorprendere che abbia in qualche modo ridimensionato le colpe di uno uno stupratore cercando di scaricare qualche forma di responsabilità sulla vittima. Ma posto che non è dato avere rappresentazioni non distorte della realtà è anche possibile che il punto di vista del controverso giornalista sia stato travisato per cui per farci un’idea dovremmo andare a ricercare il passaggio incriminato in rete.

Ma potremmo anche legittimamente infischiarcene e prendere atto che la ricerca non dico della verità, ma di una informazione non distorta in questo disgraziato paese è un percorso arduo almeno tanto quanto far valere le proprie ragioni attraverso percorsi giudiziari senza fine, oppure ottenere da una pubblica amministrazione disfunzionale i servizi che ci spettano di diritto.

La morale della favola è che Feltri figlio ha tutti i diritti di decidere quel che il suo giornale pubblica, inclusi i blog attraverso i quali ospita vari commentatori e l’aver deciso di rifiutare quel che reputava inappropriato non intacca la sua reputazione in termini relativi superiore alla media delle alternative disponibili.

Rimane la triste constatazione che il familismo amorale per il quale il buon nome della famiglia viene prima della mera constatazione di quanto è già noto ai più è radicato a tal punto nella cultura di questo paese da indurre anche ottimi professionisti a compirere scelte controverse. Se non possiamo chiedere a Feltri Padre un contegno paragonabile a quello della moglie di Cesare, tuttavia alcuni dei suoi lettori avrebbero probabilmente gradito una condotta più simile a quella del celebre marito.

*PS ho scritto presidente perchè credo sia il nome della carica e dunque non credo sia corretto scrivere presidentessa

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Lezioni di Storia da un Campione

Un signore che capiva poco di calcio, ma parecchio di vita e di come si sta al mondo scrisse un giorno che” a Egregie cose il forte animo accendono l’urne d’e forti” e dunque mentre il mondo rimane “percosso e attonito” di fronte alla notizia della scomparsa di Diego Armando Maradona, proviamo a trarre qualche lezione dalla storia della sua vita cercando di rimanere “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio” per citare un altro che pure ne sapeva.

Se sia stato il più grande calciatore di tutti tempi è difficile da stabilire con rigore scientifico, soprattutto perché gli altri possibili candidati, da Pelè a Messi hanno giocato in tempi e circostanze molto diverse. Ma a dirla tutta se un qualche algoritmo o modello sofisticato gli assegnasse il secondo o il terzo posto a chi potrebbe importare veramente?

Ascolta il Podcast

Altro esercizio inutile è quello di evidenziare errori, debolezze e difetti che, a meno che non includano gravi reati o gesti altamente deprecabili, non ha particolar senso ricordare.

Un buon modo per celebrare la memoria di questo campione è provare a trarre delle lezioni dalla sua storia in modo che la leggenda che è stato in vita possa continuare dopo la morte come poeticamente descritto da Pelè:

Che triste notizia. Ho perso un grande amico e il mondo ha perso una leggenda. C’è ancora molto da dire, ma per ora, che Dio dia forza ai parenti. Un giorno, spero che potremo giocare a palla insieme in paradiso.

Pelè

Che lezioni trarre allora dalla storia del  “pibe de oro” ?

La prima è che nessuno al mondo riuscirà mai aiutarci se non ci aiutiamo da soli. Diego è nato in un posto e in un’epoca dove non solo emergere presenta ostacoli inimmaginabili a chi oggi abita quella specie di talent show permanente che è il mondo del 2020, ma anche solo resistere alla tentazione di deviare dalla retta via è un’impresa eccezionale. Il genio e l’eccellenza, per definizione sono rari se non unici, ma quanto si affermano nella totale assenza di mezzi, dovrebbero insegnare a noi tutti, che abbiamo una vita tanto più facile a non arrenderci di fronte alle difficoltà e a ripartire dopo ogni fallimento.

La seconda lezione è che lo sport, lo spettacolo le attività di intrattenimento che troppo spesso liquidiamo con sufficienza, possono costituire una fondamentale occasione di riscatto per gli ultimi e che la magia e il sogno di un uomo solo possono aiutare popolazioni intere abituate dalla nascita a non guardare il cielo a rialzare la testa.

La terza e ultima lezione non deriva dalla storia, ma è la storia stessa: dai tempi di Achille ed Ettore, la Storia dell’uomo è fatta delle storie di uomini straordinari che hanno realizzato quello che gli altri non osavano pensare e i loro personaggi sono lì a ricordare a tutti che la volontà e il coraggio di distinguersi dagli altri può portare a risultati inimmaginabili.

Questo strano necrologio su un calciatore, scritto senza parlare di calcio, si conclude con un aneddoto di cui non ho controllato l’attendibilità, ma che mi piace pensare si accaduto davvero:

<<Diego sale in auto e la persona che gli siede accanto gli confessa: “sei l’idolo di mio figlio” al che il campione gli risponde divertito  “Cabròn, dovresti essere tu l’idolo di tuo figlio”>>  

Aneddoto non verificato

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Risparmio Gestito: Oste com’è il vino?

Abbiamo parlato molto spesso del conflitto di interesse che esiste quando la consulenza finanziaria viene fornita  da soggetti che collocano i propri prodotti di risparmio gestito o che in ogni caso vengono remunerati dai gestori di fondi.

Quanto disinteressati possono essere i consigli di qualcuno che guadagna in base all’importo che riesce a farvi investire? Come possiamo essere sicuri che i suggerimenti saranno improntati alla scelta più conveniente per il risparmiatore e non ai prodotti con le commissioni più elevate?

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Una risposta facilmente intuibile a queste domande retoriche ci viene da un report del Multi Family Office Tosetti Value che su base trimestrale analizza la performance e i costi di prodotti di risparmio gestito e che è stata ripresa da un articolo sul Sole 24 Ore a firma di Maximilian Cellino.

Lo studio viene effettuata sulle 250 società più grandi che gestiscono prodotti UCITS con orizzonte temporale di lungo termine, gestione sia attiva che passiva.  Con UCITS (che sta per Undertakings for the Collective Investment in Transferable Securities ) si fa riferimento ai prodotti che aderiscono ad un insieme di regole stabilite dalla Commissione Europea per armonizzare le caratteristiche dei prodotti che vengono impiegati per raccogliere il risparmio dei cittadini europei. Parliamo di gestione attiva se l’amministratore del fondo decide in modo discrezionale titoli sulla base di una propria strategia, mentre avremo una gestione passiva nel caso il prodotto si proponga semplicemente di replicare la performance di un indice o di un mercato.

I risultati della ricerca, per quanto prevedibili non sono affatto incoraggianti per i risparmiatori italiani che si trovano di fronte le performance peggiori e i costi più elevati.

Durante i mesi dell’epidemia Covid i prodotti made in Italy restano mediamente i più cari: 1,44% contro il solo 1% dei concorrenti europei. E questo solo considerando i costi che i risparmiatori devono pagare ogni anno, tutti gli anni: le cosiddette “spese correnti” (ongoing charges).

Mediamente, quindi, su un investimento di 100.000 euro con un big italiano del risparmio gestito, sono 440 euro di commissioni “in più” all’anno. La beffa che si aggiunge al danno è che a fronte di costi così elevati, i rendimenti sono molto scarsi.

Dal gennaio 2018 infatti, fondi e gestioni italiane hanno mediamente fatto perdere soldi ai risparmiatori o hanno dato un rendimento praticamente nullo. A fronte di rendimenti negativi o in un intorno di zero, le società di gestione hanno invece guadagnato molto dai risparmi che le persone hanno affidato loro.

Prendendo come riferimento le due società con commissioni più alte la prima ha caricato 6320 per ogni 100 mila investiti che in 2 anni hanno reso zero. La seconda commissioni solo lievemente minori, pari a 6190 per ogni centomila investiti che però in due anni sono diventati 96900.

Per darvi un termine di paragone limitandoci al grafico che segue e che potete trovare nell’articolo del sole e sulla pagina web di tosetti value, 100 mila euro affidati al miglior gestore globale nello stesso periodo sono diventati 110mila con con 500€ di costi: dunque un decimo dei costi e una performance decisamente migliore.

Insomma se comprate il vino seguendo i consigli dell’oste finirete per bere male e a caro prezzo.

Cosa si può fare allora? L’articolo de sole è pessimista e parla letteralmente di una zavorra dalla quale sembra impossibile liberarsi.

Chi segue il mio podcast e il canale Youtube dovrebbe invece sapere che ottenere performance migliori a costi significativamente inferiori è possibile sia affidandosi a società di gestione che utilizzano canali di distribuzione meno onerosi (ad esempio piattaforme web), scegliendo operatori più piccoli e o innovativi come i Roboadvisor, di cui abbiamo parlato nelle pillole video Youtube oppure componendo il proprio mix di ETF con l’aiuto di qualche advisor indipendente, qualcuno che non sia pagato per farvi comprare i prodotti più costosi.

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I costi dell’ Exit Strategy MPS

Mentre le indiscrezioni sul percorso elaborato dal ministero del tesoro per uscire dal capitale del MPS si fanno più dettagliate sembra quasi di sentire la proverbiale esclamazione del principe De Curtis:

E io Pago!

Antonio De Curtins in Arte Totò

Infatti per consentire ad un potenziale acquirente, la neutralità sul capitale ossia per proteggerlo verosimilmente da necessità immediate di aumentare il capitale sociale emettendo nuove azioni il tesoro si prepara a scorporare il rischio legato alle cause passive, con una richiesta complessiva intorno a 10 miliardi e accantonamenti per 1 miliardo, trasferendo il ramo d’azienda ad una controllata di cassa depositi e prestiti forse Fintecna.

In aggiunta sarà necessario un aumento di capitale nell’ordine di 2-2,5 miliardi al quale si aggiungerebbe una dote fiscale già inserita nel progetto di legge finanziaria che consentirebbe di trasformare in crediti circa 3 miliardi di Deferred Tax Assets.
Morale della favola: per liberarsi di MPS, salvata con 5,4 miliardi nel 2017 lo stato dovrebbe impiegare ulteriori fondi per circa 6 miliardi e accollarsi rischi per altri 10.

Ma sarebbe un errore lamentarsi dell’esborso di oggi senza considerare che si tratta solo della fisiologica conseguenza della scelta fatta in passato di salvare l’istituto facendo finta che fosse sono in temporanea difficoltà con buona pace delle istituzioni europee.

Esiste una direttiva. la Bank Recovery And Resolution che è stata introdotta appositamente per evitare che i soldi dei contribuenti venissero bruciati nei salvataggi bancari, ma nei casi più rilevanti, dalle popolari venete al monte dei paschi si è riuscito sempre ad aggirare la normativa lasciando sempre a noi il conto da pagare. Purtroppo nel mondo post Covid19 il debito del nostro paese che era già elevato diventerà enorme e le necessità di intervento nell’economia saranno sempre più pressanti, ma la classe dirigente di questo paese continua a preferire il consenso di qualche minoranza qualificata all’interesse della collettività per cui ci tocca assistere impotenti all’n-esimo salvataggio di Alitalia e ricapitalizzazione di MPS sperando che almeno per quest’ultima si riesca a mettere la parola fine.

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Arriva il Podcast FLE al Massimo

Pandemia. Lockdown. Tutti a casa per non diffondere il contagio.
Lo stato scende in campo e salva tutti con la benedizione di San Mario Draghi che dalle pagine del Financial Times invoca un Whatever it takes fiscale.

Le buone intenzioni del debito pubblico non lastricano più la strada che porta all’inferno e sulle fiamme scorre l’acqua santa dei banchieri centrali come se non ci fosse un domani.

Nelle more congeliamo fallimenti e licenziamenti: che cosa potrebbe andare storto. Scoprilo nel nuovo podcast della Fondazione Einaudi la FLE al massimo di e con Massimo Famularo.

Ascolta il Trailer

Il primo episodio dal titolo “Quanto può durare il divieto di licenziamento ? “ andrà in onda venerdì 20 novembre alle 18.

Che aspettate a iscrivervi?

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Ripaga a Noi i nostri Crediti

Alcune recenti esternazioni del presidente del parlamento europeo David Sassoli hanno riacceso la discussione sulla ipotesi di cancellazione del debito pubblico. Nello specifico, in questo frangente si farebbe riferimento al debito originato dalle spese legate alla pandemia e la cancellazione sarebbe limitata ai titoli detenuti dalla Banca Centrale Europea.

Una proposta in questo senso era stata pubblicata in ottobre sul quotidiano Avvenire dall’economista Leonardo Becchetti che è ritornato sul tema con un altro articolo il 17 novembre in seguito alle esternazioni di Sassoli, alle quali ha prontamente replicato il vice presidente dalla BCE Luis de Guindos ribadendo come al momento non esista alcun fondamento legale per procedere ad una cancellazione del debito da parte della banca centrale e specificando che la monetizzazione del debito sia espressamente vietata dall’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’ Unione Europea.

L’idea di fondo è che le circostanze eccezionali che hanno portato ad una crescita straordinaria del debito pubblico in molti paesi possano giustificare misure altrettanto straordinarie come appunto quella della remissione di una parte del debito.

Non è molto semplice farsi un’idea sulla questione perché non esiste una definizione precisa di “cancellazione del debito”, non è del tutto chiaro quali sarebbero le modalità tecniche con cui dovrebbe essere realizzata e le discussioni su eventuali misure di intervento sul “debito eccessivo” finiscono talvolta per coinvolgere anche fattispecie molto diverse come ad esempio l’emissione di titoli irredimibili o a lunghissima scadenza, menzionati per esempio negli articoli di Becchetti, che si trovano al centro di altre proposte come quella di Giavazzi e Tabellini.

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La Mano Invisibile del Governo Cinese

Ant Group, la società che gestisce i pagamenti e finanziamenti del colosso cinese dell’e-commerce Alibaba, si sarebbe dovuta quotare in borsa ad Hong Kong e Shanghai, ma 48 ore prima della data prevista l’operazione è stata sospesa dalle autorità di vigilanza competenti.

Stiamo parlando di quella che doveva essere la più grande quotazione iniziale (IPO) della storia per un controvalore tra i 35 e i 40 miliardi attribuendo all’azienda un valore teorico superiore ai 300 miliardi e assimilabile a quello di JP Morgan Chase  ed equivalente a quattro volte la capitalizzazione di mercato di Goldman Sachs

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Le motivazioni addotte per la sospensione riguardano il venir meno di alcuni requisiti informativi nei confronti dei sottoscrittori in merito a recenti modifiche della normativa sui microfinanziamenti concessi on line.

Questo evento lontano che sembra coinvolgere realtà esoteriche e meccanismi complicati può fornirci almeno tre lezioni utili per il futuro prossimo delle nostre banche.

  1. Non c’è libertà economica senza libertà politica
  2. La dialettica tra regolatori e regolati è centrale per qualunque sviluppo del settore Fintech
  3. L’onda dirompente dell’innovazione digitale non si arresta neanche di fronte ai regimi totalitari

Prima di parlare delle lezioni, facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti. Alibaba è una specie di versione cinese di Amazon, un colosso del commercio elettronico che vende merci on line, ma si trova di fronte un paese dove pochi possiedono una carta di credito e la modalità di pagamento preferita è il contante. Per poter vendere le proprie merci, Jack Ma, il fondatore della società si rende conto di dover creare una piattaforma per i pagamenti elettronici che inizialmente si chiama Alipay e poi diventa Ant Financial e Ant Group.

L’iniziativa ha un successo strepitoso al punto da acquisire una propria autonomia ed espandersi dai pagamenti alla concessione di finanziamenti, alla distribuzione di prodotti di risparmio gestito ed assicurazioni.

Quella che di fatto è una banca digitale si scontra già una volta con le autorità di vigilanza che gli chiedono di accantonare una quantità maggiore di fondi a fronte di finanziamenti. Ant risponde aggirando la norma e configurandosi come distributore dei prodotti di altre banche tradizionali alle quali applica una commissione per l’attività di istruttoria che realizza in modo automatizzato grazie alle informazioni di cui dispone (in larga parte derivante dalle transazioni di Alibaba) e ai modelli di intelligenza artificiale basati su queste informazioni.

Tre giorni prima della quotazione arriva una nuova norma, mirata ai micro finanziamenti distribuiti on line che sembra scritta appositamente per arrestare la corsa di quello che è diventato un concorrente temibile per le banche tradizionali di cui il governo cinese è socio e sulle quali esercita un’ingerenza molto forte.

Qual è la morale della favola e le lezioni da tenere a mente?

La prima che è che non si può avere libertà economica senza libertà politica. Il governo cinese, che per certi versi sembra lasciare ampi spazi al libero mercato, ha come priorità la difesa della proprio potere politico e all’occorrenza non ha alcuna remora nel far saltare una operazione di queste dimensioni, pur di mandare un chiaro segnale in merito al proprio primato.

La seconda riguarda la dialettica tra regolatori e operatori che caratterizza l’intermediazione finanziaria: a ben guardare le restrizioni che il governo cinese vuole imporre ad Ant, sono ben poca cosa rispetto alle normative alle quali sono soggette banche e assicurazioni in Europa e negli Stati Uniti. Dunque per quanti benefici ed efficienze possa portare la tecnologia la gestione dell’interesse pubblico dei cittadini, dalla gestioni dei dati personali (che fanno gola al governo cinese) alla tutela del risparmio rimane un elemento di criticità fondamentale.

Dulcis in fundo la terza lezione riguarda le nostre banche e i nostri politici: il vento dell’innovazione digitale ha una forza inarrestabile. Lo ha dimostrato prima consentendo a centinaia di milioni di persone di passare in pochi anni dai pagamenti contanti alle transazioni con riconoscimento biometrico e poi riuscendo ad aggirare prima e contenere poi le pretese del governo cinese che rallentando la quotazione ha vinto una battaglia temporanea, ma rimane diversi passi indietro all’impresa che cerca di controllare.

Nel nostro paese al centro delle discussioni sul sistema bancario c’è la banca più antica del mondo che è stata nazionalizzate e che ha bisogno di aumenti di capitale miliardari per essere resa presentabile, mentre la Popolare di Bari spalma le sue perdite su tutto il sistema: che prospettive possono esserci nel futuro prossimo in cui gli italiani gestiranno sempre più i propri pagamenti, risparmi e finanziamenti con smartphone e pc?

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Osservazioni Sconvenienti sul Divieto di Licenziamento

Impedire che i lavoratori possano essere licenziati durante una crisi economica e sociale come quella che stiamo attraversando può apparire una scelta ragionevole: quali impieghi alternativi potrebbero mai trovare i malcapitati che dovessero venire colpiti da una tale disgrazia? Mentre le frontiere si chiudono e le economie si congelano, che prospettive possono esserci per chi dovesse disgraziatamente rimanere senza lavoro?

Questa osservazione di senso comune sembra essere alla base delle scelte politiche effettuate non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei e in particolare in Gran Bretegna, scelta oggetto di critiche in un numero recente de l’Economist.

Cercando di ragionare con lucidità e senza pregiudizi ideologici la questione appare in realtà più complessa e le decisioni da prendere meno ovvie.

Le prime criticità da valutare sono:

  • per quanto tempo possiamo congelare la situazione?
  • cosa succede quanto il divieto di licenziamento decade (perché prima o poi è logico che succeda)?
  • salvare il “posto di lavoro” è la scelta migliore per il lavoratore e per l’impresa?

Posto che la sospensione dei licenziamenti può essere una misura solo temporanea, un punto di partenza per ragionare sulla questione è distinguere misure emergenziali di breve e brevissimo termine e risposte strutturali.

Continua a leggere l’articolo su Econopoly24

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Trump ha perso, il populismo no

La vittoria di Joe Biden è una ottima notizia per tutti gli abitanti del “mondo libero”, tuttavia insieme a Donald Trump non è stato sconfitto anche il populismo, che rimane vivo e vegeto e pronto a colpire ancora alla prima occasione utile. Con ogni probabilità il nuovo presidente invertirà la rotta in termini di politica estera con riferimento agli accordi di Parigi sul cambiamento climatico e al sostegno degli Stati Uniti all’Organizzazione Mondiale per la sanità.

Anche con riferimento alla gestione della pandemia e agli accordi sulla proliferazione delle armi nucleari possiamo attenderci un approccio molto più ragionevole, senza menzionare il commercio internazionale nel quale possiamo ragionevolmente attenderci di non assistere più a guerre protezionistiche dannose per tutti.

Ascolta in podcast La Finanza in Soldoni

Ma la sfida più grande che il presidente eletto dovrà affrontare riguarda la gestione del malcontento dei cosiddetti “sconfitti dalla globalizzazione”: si tratta di una delle determinanti più significative del uccesso elettorale di personaggi come Trump e della perdita di consenso dele elitè liberal da cui Biden è riuscito in parte a smarcarsi in virtù del proprio carattere moderato.

Si tratta di una questione molto difficile e complessa e l’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia, con le sue ricadute sulla crescita economica e sulla struttura stessa del tessuto sociale, contribuirà ad allargare il disagio per le remunerazioni in calo dei lavoratori meno istruiti e la sfiducia verso la cooperazione internazionale e la libera circolazione delle persone, che nel vecchio continente ha portato alla Brexit.

La finanza in Soldoni – Podcast

Sulle incognite legate alla persistere del populismo “Trumpista” leggiamo nell’ediotriale dedicata agli USA dell’economist:

Il margine inaspettatamente ridotto con il quale Biden ha vinto testimonia che il populismo continuerà a vivere in America.

Con queste elezioni è diventato chiaro che la sorprendente vittoria di Trump nel 2016 non è stata un’aberrazione, ma l’inizio di un profondo cambiamento ideologico nel suo partito. Sfidando le aspettative e il covid-19, Trump ha ottenuto milioni di voti in più nell’ambito dell’enorme affluenza del 2020 rispetto a quella moderata del 2016.

The Economist, What the 2020 results say about America’s future

Per quanto analisi più approfondite potranno essere realizzate solo al termine dei conteggi, al momento sembra che il successo dei democratici sia dovuto più all’affluenza che non alla capacità di sottrarre elettori al proprio avversario: il sostegno degli elettori di origine cubana in Florida e di quelli di origine messicana nel sud del Texas ha consentito al presidente uscente di raddoppiare il proprio margine di vittoria nel primo stato e stroncato i sogni dei Democratici di vincere il secondo.

Va poi ribadito che questo risultato arriva dopo una campagna elettorale in cui Trump sembra aver fatto di tutto per perdere, deridendo gli esperti di sanità nel bel mezzo di una pandemia, appoggiando ridicole teorie complottistiche e deridendo in modo politicamente scorretto i suoi avversari e in particolare la vice presidente Kamala Harris.

La finanza in Soldoni – Podcast

Quali indicazioni possiamo trarre per il nostro paese dall’esperienza delle elezioni americane? In estrema sintesi possiamo leggere un segnale positivo e un monito preoccupante. Il segnale positivo è che i governi e le leadership costruite su narrazioni infondate come quella di portare beneficio agli strati più deboli della società chiudendo le frontiere non possono vincere la battaglia contro la realtà e finiscono per essere periodicamente sconfitte.

Il monito inquietante riguarda purtroppo la natura strutturale delle questioni che determinano lo sconforto e il malcontento di ampi strati della popolazione: senza un programma di riforme profonde che consenta ai gruppi sociali che erano stati maggiormente penalizzati dalla globalizzazione e che vedono la propria condizione aggravata dall’emergenza sanitaria, qualsiasi vittoria elettorale contro il populismo rischia di essere solo temporanea e fatalmente fragile rispetto agli inevitabili nuovi attacchi futuri del fronte populista.

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L’Italia NON è un paese per Giovani

Con la risalita dei contagi la decisione su un nuovo Lockdown si è gradualmente spostata dal mondo del SE a quello del Quando e Come. Sono diverse le considerazioni sui provvedimenti che si sarebbero potuti prendere e sull’efficacia di quelli varati dal governo, tuttavia al momento uno degli aspetti più rilevanti e meno discussi appare l‘ingiusta penalizzazione dei cittadini più giovani che, con ogni probabilità pagheranno il prezzo più alto.

Ascolta il podcast

Nella narrativa comune i giovani sono incoscienti, incauti, colpevoli di negligenza nel seguire le misure di sicurezza e desiderosi solo di divertirsi mettendo a repentaglio la salute generale come in apparenza testimoniato dalle notizie di cronaca sulle temibili feste organizzate in case private in violazione delle normative sugli assembramenti. Senza nascondere un substrato culturale di stampo autoritario, il ministro Lamorgese ha dichiarato:

“c’è tra i più giovani una disposizione alla violenza e al non rispetto di alcuna regola di convivenza democratica che ci deve far riflettere anche in termini di azioni preventive”

Luciana Lamorgese, ministro del’Interno

Senza scomodare le esternazioni del governatore De Luca, sulle mamme radical chic,

  • le scuole sono state tra le prime istituzioni a chiudere e tra le ultime a riaprire, nessuna ipotesi di realizzare durante i mesi estivi qualsivoglia forma di recupero delle lezioni perdute è stata presa in considerazione
  • il danno derivante dalle interruzioni nella frequenza o dalla strutture inadeguate per la didattica a distanza, che verosimilmente ha colpito i ceti sociali più deboli non è stato al momento misurate, nè si è discusso di alcuna misura compensativa
  • le misure di sostegno ai redditi e all’ occupazione hanno finora privilegiato i lavoratori pubblici e dipendenti privati a tempo indeterminato a scapito dei precari e degli autonomi tipicamente di età inferiore
  • gli interventi dello stato imprenditore/innovatore dal salvataggio di Alitalia alla prossima ricapitalizzazione del Monte dei Paschi porteranno benefici ai lavoratori con maggiore anzianità di servizio, riducendo al contempo le opportunità di nuovo impiego per i giovani

Prima della pandemia i cavalli di battaglia delle campagne elettorali spaziavano dagli anticipi pensionistici e quota 1000 all’abolizione dell’IMU passando per redditi di cittadinanza e rumore xenofobo riservando ai giovani mancette di poco conto salvo poi dolersi per quantità e qualità (età giovane e istruzione elevata) di coloro che decidevano di votare con i piedi.

A fronte dell’emergenza la cultura gerontofila di una classe dirigente gerontocratica non cambia registro e conferma la strategia di breve termine volta a rinviare fin quando possibile la resa dei conti nella speranza di lasciare il cerino acceso a chi verrà in seguito.

L’impresa Italia è un Gattopardo

Oltre che moralmente ingiusto ed economicamente iniquo si tratta di un atteggiamento profondamente miope ed autolesionista:

  • chi pagherà pensioni e prestazioni di uno stato sociale generoso con l’elettorato di riferimento e spietato verso gli altri se diventa sempre meno conveniente produrre reddito tassabile?
  • come convinceremo le istituzioni europee ad approvare finanziamenti e trasferimenti per sostenere la ripresa se non siamo in grado di proporre alcuna innovazione o percorso sostenibile e ci limitiamo a difendere lo status quo e nazionalizzare imprese morte?
  • quale futuro possiamo attenderci se insistiamo a penalizzare i giovani a frustrare le aspettative e a incentivare l’emigrazione di chi è maggiormente capace?

Viviamo in un momento di profonda incertezza, una criticità che il governo in carica non solo è incapace di mitigare, ma che anzi amplifica con misure estemporanee e con la vistosa assenza di qualsiasi orizzonte progettuale, in questo quadro dalle tinte fosche, penalizzare i più giovani significa segare il ramo su cui siamo seduti, rinunciare a qualsiasi possibilità di riscatto collettivo e illudersi che la strategia del “si salvi chi può” a livello individuale possa avere un esito diverso dalla sconfitta registrata fino ad oggi.

Il coraggio che manca al Governo per affrontare le realtà sconvenienti

La gestione miope dell’emergenza ha causato danni permanenti al capitale umano del nostro paese incrementando le distanza tra gli studenti più fortunati e capaci di apprendere da soli e quelli più fragili, accrescendo le disuguaglianze tra i lavoratori protetti e quelli esposti alla componente distruttiva del cambiamento in corso, ma soprattutto erodendo in modo drastico le prospettive future di migliorare la propria condizione condannando gli ultimi di oggi a rimanere indietro anche in futuro.

Photo by Bess Hamiti on Pexels.com

Le due caratteristiche che accomunano i perdenti di tutte le categorie sono quelle di avere un’età più giovane e meno da perdere da un eventuale collasso del sistema: la combinazione di questi due fattori lascia presagire che NON andrà tutto bene.

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BTP Futura: Una Scommessa sull’Ignoranza

Ottobre è stato proclamato “mese dell’educazione finanziaria” dal comitato Edufin e, a seguito delle numerose e meritorie iniziative sul tema, abbiamo preso atto della diffusa ignoranza che caratterizza il nostro paese.

Ascolta il podcast

Il tempismo con il quale nel mese di Novembre il governo cercherà di collocare una nuova emissione di BTP Futura sembra quasi animato dall’intenzione di “fare tesoro” di questa ignoranza:

  • Come ho spiegato nel post sul MES e le scialuppe del Titanic la scelta di emettere nuovo debito per far fronte alle spese sanitarie invece di utilizzare la apposita linea del meccanismo di stabilità ha motivazioni esclusivamente politiche ed è più costosa per i contribuenti
  • Le caratteristiche dei nuovi titoli di stato sembrano far leva sulla promessa di una crescita futura del paese alquanto improbabile (lo spiego in questo podcast sulla NADEF) a cui può crederso solo chi difetta di competenze e di informazioni obiettive sullo stato del paese
  • Come spiegato nel post sulle scelte di risparmio durante la pandemia anche durante periodi eccezioni occorre rimanere fedeli ai principi di un corretto bilanciamento dei rischi in coerenza con il proprio profilo

Ne avevo già parlato in merito alle scorse edizioni del BTP Italia e del BTP Futura: la convenienza di impiegare i propri risparmi in titoli di stato italiani va misurata a livello individuale, senza false illusioni di sicurezza o rappresentazioni scorrette di questi utlimi come beni rifugio (per apprfondire queste tematiche segnalo il mio progetto multicanale La Finanza in Soldoni).

Provando a sollevare qualche interrogativo sconveniente, di quelli che i media e i commentatori “di sistema” non si azzardano a porre: perchè questo interesse da parte del governo per collocare titoli di stato presso risparmiatori privati? Cos’hanno le famiglie italiane di diverso rispetto a un’investitore professionale? Forse la capacità di rendersi conto che la promessa di cedole crescenti proporzionali alla crescita del paese è uno specchietto per le allodole? Oppure tenedenza a mantenere i titoli anche a fronte di perdite potenziali in conto capitale nel caso i tassi dovessero salire? (per la relazione tra prezzo e rendimento di un’obbligazione vi rimando ai video del mio canale Youtube)

Dietro la retorica nazionalista, con la quale ci vengono presentati questi titoli per reperire risorse in un momento di difficoltà del paese, magari facendo leva sui sensi di colpa dei risparmiatori che, anche a causa di una rinuncia forzata a molti consumi, stanno accumulando fondi sui conti correnti c’è forse una realtà più cruda e meno edificante.

Intendiamoci, la pandemia sta causando danni molto ingenti al nostro sistema paese, con ogni probabilità superiori a quelli sperimentati dagli altri che avevano strutture meno fragili. In questo contesto, la priorità dovrebbe essere accantonare l’ottica miope delle convenienze politiche di breve termine e concentrarsi unicamente sugli interessi della collettività: la linea di credito del MES per le spese sanitarie dovrebbe impiegata al posto di fantasiose emissioni dedicate ai privati.

La Finanza in Soldoni – Podcast

Per evitare che i problemi strutturali presenti prima della crisi si ripresentino amplificati in un futuro prossimo, aumentando il distacco tra il nostro paese e gli altri quando il mondo tornerà a crescere è necessario avere il coraggio di affrontare le trasformazioni del tessuto sociale e produttivo evitando la trappola di misure di conservazione dell’esistente (si pensi ai divieti di licenziamento) che rinviando il momento in cui vengono affrontati i nodi strutturali aumenta i costi per la collettività.

In quest’ottica, il BTP Futura oltre che uno strumento di risparmio discutibile, appare come un tentativpo di scaricare sui risparmiatori in modo poco trasparente la responsabilità di scelte miopi di politica economica, orientata alle narrazioni populistiche e più interessate al consenso di breve che al futuro del paese.

Passando poi all’ottica della mera finanza personale il peso degli investimenti in attività legate all’andamento dell’economia italiana dovrebbero essere limitate sia in un’ottica di diversificazione del rischio (non mettere tutte le uova in un solo paniere) sia tenere conto delle prospettive tutt’altro edificanti della nostra economia, che prima della pandemia non si era ancora rimessa dal colpo subito con la crisi finanziaria di 11 anni prima.

Per riepilogare il BTP Futura, tempestivamente collocato nel mese di Novembre sembra voler approfittare dell’ignoranza degli italiani in materia finanziaria e indurli a sottoscrivere volontariamente titoli che daranno un contributo limitato in termini di rentimento, sensibile in termini di rischio (per chi è italiano i titoli di stato aumentano la concentrazione di rischio nell’area) e saranno utilizzati per finanziare politiche miopi e inconcludenti che lasceranno invariati i nodi strutturali che da decenni caratterizzano la nostra economia.

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L’impresa Italia è un Gattopardo

Sull’ Economist di questa settimana, nella sezione business, c’è un articolo nel quale l’Italia viene utilizzata per rappresentare l’emblema del declino di un sistema imprenditoriale che una volta era fiorente. Lo riassumo per i lettori di questo blog.

Ascolta l’articolo in Podcast su La Finanza in Soldoni

Il “Gattopardo”, celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, racconta le difficoltà di adattamento e le resistenze al cambiamento dei nobili siciliani all’indomani dell’unità d’Italia. Mutatis mutandis il racconto si può utilizzare anche per rappresentare il declino dell’impresa italiana.

“Avevamo la regione più ricca e perfetta del mondo, ma siamo vecchi aristocratici che stanno perdendo il loro slancio”,

Marco Tronchetti Provera

dichiara alla rivista Marco Tronchetti Provera, a capo della Pirelli, che produce pneumatici a Milano da 148 anni. Ascoltando anche diversi suoi omologhi sembra di sentire la voce di al Don Fabrizio di Lampedusa, che si struggeva per i giorni in cui “eravamo i leopardi, i leoni”. Come il personaggio del romanzo, vedono il mondo in subbuglio, ma non sono in grado di fare molto.

Per Ironia della sorte, quando il romanzo fu pubblicato nel 1958 l’impresa italiana non era affatto in declino, ma anzi viveva un momento particolarmente positivo. Il PIL del paese tra il 1951 e il 1963 è raddoppiato e cresciuto di altri due terzi fino al 1973. Gli attacchi terroristici delle Brigate Rosse negli anni ’70 hanno scosso il paese, ma non sono riuscite a fermare la locomotiva del suo tessuto imprenditoriale: con Olivetti che diventava secondo produttore di computer al mondo, Montedison settima azienda chimica, Mediobanca che rivaleggiava con Lehman Brothers e Lazard tra le banche d’investimento, mentre Benetton vestiva le masse con maglioni colorati e Armani, Versace e Dolce & Gabbana trionfavano tra Wall Street e Beverly Hills.

Oggi la situazione è molto diversa e il cambiamento non è un fenomeno recente: già 15 anni fa l’Economist qualificava il nostro paese come “il vero malato d’Europa”. Prima che il Covid19 arrivasse a darle il colpo di grazia, l’economia italiana non si era ancora ripresa dalla crisi del 2007-2009. La capitalizzazione della borsa di Milano vale meno di 500 miliardi di euro e rappresenta appena il 3,7% dell’indice MSCI dei titoli europei, in calo rispetto al 6,2% del 2000, in base alle elaborazioni della banca Morgan Stanley.

Solo sette aziende italiane figurano nell’elenco delle 1000 più grandi del mondo per capitalizzazione di borsa. La più grande, Enel, con 77 miliardi di flottante costituisce un errore di arrotondamento rispetto alle imprese tecnologiche americane che hanno superano anche mille miliardi.

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Piuttosto che affrontare queste sfide, molti magnati italiani hanno deciso di vendere i gioielli di famiglia. Tra i marchi italiani più noti che sono passati in mani straniere nell’ultimo decennio ci sono Bulgari, per la gioielleria (venduto a lvmh, un gruppo francese del lusso); Luxottica, che produce i celebri occhiali da sole Ray-Ban (e si è fusa con Essilor, un’azienda francese di occhiali da vista) e Versace (acquistata da Michael Kors, una casa di moda americana). Dal 2015 il maggiore azionista di Pirelli è ChemChina, un colosso statale. Nel 2018 Federico Marchetti ha venduto Yoox Net-a-Porter, la sua startup attiva nella vendita di beni di lusso online, raro successo tecnologico italiano, a Richemont, un gruppo svizzero.

Photo by Mike on Pexels.com

Altre imprese hanno deciso di trasferire all’estero la loro sede. Dopo la fusione con Chrysler nel 2014, la Fiat ha trasferito la sede centrale a Londra e la sede legale in Olanda; ora si appresta a fondersi con il Gruppo PSA, una casa automobilistica francese. Ferrero, che ha inventato la Nutella, ha spostato molte attività in Lussemburgo. Quest’anno Campari, produttore dell’iconico aperitivo del ha scelto l’Olanda. Ad essa potrebbe aggiungersi Mediaset, la più grande emittente privata italiana controllata da Silvio Berlusconi, di cui ormai si parla più per la carriera politica e per gli scandali giudiziari, che non per l’attività d’impresa.

Altre ancora si sono drasticamente ridimensionate. In 20 anni la capitalizzazione di borsa di Generali, si è più che dimezzata, arrivando a 19 miliardi di euro. Quello di Telecom Italia è scesa quasi del 90%, a 7 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo e UniCredit, si sono avventurate in operazioni di acquisizione all’estero per poi abbandonare le mire di espansione.

Secondo il settimanale britannico le tre determinanti principali del declino inesorabile del nostro paese hanno a che fare con la scarsità di capitale finanziario, sociale e umano in un circolo vizioso che si auto alimenta.

Secondo una stima dell’OCSE, circa il 40% del stato patrimoniale delle aziende italiane è costituito da debito a breve termine, una proporzione che non ha eguali tra i grandi paesi europei. Se il credito viene concesso in base alla storia (o alla relazione consolidata nella storia) è più difficile ottenerlo per i nuovi entranti. Inoltre il rischio politico – di cui la recente ascesa del Movimento 5 stelle, dichiaramente ostile all’impresa, costituisce l’emblema – logora i nervi: fare affidamento solo sulle banche vuol dire che in caso di crisi finanziaria, come quelle sperimentate di recente, sono tutti i clienti a trovarsi in difficoltà., non solo quelli inadempienti.

Tutto ciò limita gli investimenti e rende le imprese italiane più vulnerabili agli shock macroeconomici, di cui la pandemia covide-19 è l’ultima. Secondo le stime di Cerved, società specializzata nella valutazione del merito di credito. nel migliore degli scenari il 7% delle imprese non finanziarie è a rischio di default quest’anno. Nel peggiore dei casi si potrebbe superare il 10%.

I mercati dei capitali italiani sono meno sviluppati rispetto al resto d’Europa, per non parlare dell’America. Le élite imprenditoriali si lamentano dell’avversione degli italiani a investire nel proprio mercato azionario, nonostante gli italiani abbiano un tasso di risparmio tra i più alti al mondo. Gli investitori sono diffidenti a investire in società quotate controllate dalle famiglie fondatrici o dallo Stato, che dominano i listini italiani, e che si oppongono agli aumenti di capitale per evitare che la loro partecipazione ne risulti diluita.

La fiducia nelle grandi imprese viene erosa anche dai numerosi scandali che emergono di continuo: a luglio i pubblici ministeri hanno chiesto una condanna a otto anni di carcere per il capo dell’Eni, una major del settore petrolifero, per aver presumibilmente corrotto funzionari nigeriani per ottenere un blocco di petrolio. Lui e la compagnia negano l’illecito.

Lo scetticismo nei confronti del mondo delle imprese alimenta la sfiducia erodendolo il capitale sociale, di per sé già scarso. Secondo un’indagine recente, nove italiani su dieci vogliono imporre dei tetti alle retribuzioni dei dirigenti, si tratta della quota più alta tra i sette Paesi occidentali inclusi nella ricerca.

Questo si aggiunge alla burocrazia tentacolare che ostacola la nascita e lo sviluppo di nuove imprese. L’Italia è al 58° posto su 190 Paesi nel sondaggio “Doing Business” della Banca Mondiale. È al 97° posto per l’ottenimento delle licenze edilizie, al 98° posto per l’avvio di nuove imprese, al 122° posto per l’esecuzione dei contratti e al 128° posto per le norme fiscali.

Invece di investire per migliorare le infrastrutture fisiche e istituzionali, che potrebbero semplificare la vita alle imprese, il governo preferisce impiegare il denaro dei contribuenti nel salvataggio e mantenimento in vita di imprese zombie: in piena crisi legata alla pandemia abbiamo assistito all’ennesimo salvataggio di Alitalia.

“Se avessimo le infrastrutture dei tedeschi saremmo sei o sette volte più competitivi. Dobbiamo competere contro l’inefficienza”.

Marco Giovannini di Guala Closures

dice Marco Giovannini, capo di Guala Closures, leader mondiale nella nicchia di mercato dei tappi per bottiglie.Nel 2017 ha aperto il principale centro di ricerca della società in Lussemburgo, invece che nel Piemonte dove è nata la società.

A ben guardare il terzo tipo di capitale che scarseggia costituisce il rovescio della medaglia di una caratteristica ben descritta nel “Gattopardo”: l’orgoglio.

Nel 2017 Guido Corbetta dell’Università Bocconi ha stimato che metà delle aziende italiane di prima generazione hanno un proprietario-capo che ha più di 60 anni, e un quarto ne ha uno che ha almeno 70 anni. Insomma i manager che popolano le sale dei consigli di amministrazione sembrano quasi antichi quanto l’arte del Rinascimento che adorna le loro pareti. I più importanti uomini d’affari italiani – sono quasi esclusivamente maschi – sono ottuagenari: Berlusconi (84), Leonardo Del Vecchio di Luxottica (85), Luciano Benetton, il patriarca del clan dell’abbigliamento (85), Armani (86).

Non c’è da stupirsi se gli italiani credono che il sistema sia truccato e che favorisca pochi miliardari anziani e finiscono per favorire il populismo di partiti come il Movimento 5 stelle. I giovani di talento finiscono per trovare poco invitante la prospettiva di una carriera nel mondo degli affari. Secondo Andrea Alemanno di della società di ricerca Ipsos:

“Ci sono ormai poche opportunità in Italia, anche per i ricchi e benestanti”,

Andrea Alemanno

Nonostante questo circolo vizioso, alcuni esempi della gloria industriale italiano del dopoguerra persistono. Enel è leader mondiale nell’energia pulita. In alcuni settori le “multinazionali tascabili”, come le ha definite l’imprenditore Vittorio Merloni, che negli anni Novanta ha diffuso i loro prodotti in tutto il mondo: Lavazza e Illy (caffè), Moncler e Ermenegildo Zegna (moda), IMA e Marchesini (packaging), o Technogym (fitness kit).

In Italia dunque rimane un tessuto vitale , l’OCSE stima che quasi un quarto delle imprese italiane sia in forte crescita, più che nella maggior parte dei grandi paesi europei. Johann Rupert, il finanziere sudafricano che sta dietro a Richemont, ha pensato che gli artigiani italiani potrebbero trarre beneficio dal mancato adattamento alla globalizzazione, mentre il mondo viene a premiare le loro capacità di un tempo. Tronchetti Provera di Pirelli elogia l’accordo con ChemChina, che ha permesso alla sede centrale e alla tecnologia del gommista di rimanere a Milano, come “un’opportunità per rafforzare ulteriormente la nostra posizione in Cina senza rinunciare alle radici italiane”. C’è chi vede i capitalisti meno duri d’Italia come un antidoto a Wall Street; l’anno scorso Jeff Bezos ha fatto un pellegrinaggio a Brunello Cucinelli, fondatore di un’azienda di abbigliamento elegante che sostiene un capitalismo umanistico.

Nel 2011, poco prima di diventare governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi ha avvertito i colleghi italiani che Venezia nel XVII secolo e Amsterdam nel XVIII secolo hanno piantato i semi del loro declino anteponendo il privilegio dell’elite all’innovazione. L’Italia delle imprese può aggrapparsi a ciò che resta del suo splendore, ma dovrebbe tenere bene a mente la celebre frase del romanzo:

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”

Giuseppe Tommasi di Lampedusa

Link all’articolo originale in Inglese

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Il MES e (è?) la scialuppa del Titanic

Tra propaganda politica, distorsione ideologica e terminologia tecnica troppo complicata farsi un’idea delle discussioni sul MES é un’impresa ardua per chiunque non disponga di a) una certa preparazione in economia e finanza b) fonti di informazioni veritiere e obiettive.

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Posto che entrambe le cose scarseggiano in questo paese di seguito provo a spiegare la questione in modo semplificato, con qualche similitudine neanche troppo ardita, segnalando al termine una serie letture e video di approfondimento per chi volesse maggiori dettagli.

Il MES é come un assicurazione che include soccorso stradale a un costo agevolato rispetto a quanto paghereste chiamando da soli il carro attrezzi e cure mediche specialistiche prestate in strutture dedicate di alto livello separate dal servizio sanitario nazionale. Insomma parliamo di qualcosa di cui hai bisogno solo in casi estremi e che ti auguri di non dover mai utilizzare.

Notate bene che la discussione NON è sul fare o meno l’assicurazione (magari girate poco in auto e non la ritenete conveniente), perché la copertura ce l’abbiamo già. Materia del contendere è: posto che veniamo coinvolti in una serie di incidenti e che le condizioni della nostra auto insieme al nostro stato di salute peggiorano ci si domanda se sia il caso di attivare la polizza o di continuare costose riparazioni “fai da te” e cure mediche limitate a un consulto con amici, parenti e pseudoesperti.

Perché sovranisti e populisti sono contrari al MES ?

Continuando nella nostra similitudine i motivi sono essenzialmente 3:

  1. Ricorrere all’assicurazione implica l’obbligo di ricorrere a officine convenzionate, che peraltro costano meno e a medici specializzati, anch’essi convenzionati con la compagnia di assicurazione – i campioni dell’Italia sovrana rifiutano questi obblighi e vogliono la libertà di pagare di più il meccanico amico dell’amico o di farsi curare con le bacche di goji da omeopati televisivi e sciamani biodinamici
  2. Il soccorso stradale convenzionato, offre tariffe convenienti per recupero dell’auto e riparazioni, ma bisogna comunque pagarlo – i nostri eroi preferiscono pensare da soli a riparazioni e cure mediche, magari ricorrendo al consiglio spassionato del vicino di casa che in gioventù ha fatto il meccanico o ha studiato medicina e che, per assisterci ci fa pagare più di quanto costerebbero i professionisti dell’assicurazione
  3. Dulcis in fundo i nostri eroi sostengono che, se più o meno l’auto si muove e noi ci reggiamo in piedi, per il momento non abbiamo bisogno di meccanici, né di medici

Una persona normale che legge queste cose dovrebbe pensare che é da idioti opporsi a qualcosa che può salvarti la vita e soccorrerti in un momento di difficoltà. Inoltre, un individuo normodotato che non sia in malafede si rende conto che se ci ostiniamo a rifiutare riparazioni e cure mediche, oltre a spendere di più andrà a finire che dovremo cambiare l’auto e che potremmo rischiare la vita.

Se ora state pensando che tutte le polemiche sul MES sono inutili e pretestuose avete colto perfettamente il punto.

Il nostro paese è andato a sbattere in modo costoso, con l’aumento dello spread, poco prima che Giuseppe Conte si mettesse alla guida per il solo effetto delle pericolose idee NoEuro dei leghisti e delle farneticazioni anti-establishment del movimento 5 stelle. Finora ad oggi ci siamo arrangiati da soli, spendendo di più (come dimenticare il generoso arbitraggio regalato ai risparmiatori privati più esperti col BTP Italia?), e lasciando che lo stato di salute del nostro paese peggiorasse.

C’è stato poi un incidente grave, la pandemia da Covid19, del quale non abbiamo colpa, ma che ci colpiti in un momento di particolare debolezza e ancora abbiamo rifiutato il soccorso stradale e le cure mediche lasciando che la salute del paese si deteriorasse ulteriormente come testimoniato tra le altre cose dall’ultimo downgrade dell’agenzia Fitch Ratings

Per ripilogare:

Tutta la polemica sul MES è sterile e controproducente, quel che rileva è il deterioramento della nostra economia e la gestione inadeguata di chi si trova la governo.

Per fare giustizia delle varie amenità che si leggono in giro poche veloci battute.

E’ vero che il MES non ci serve?

E’ tanto vero quanto il fatto non servivano 20 scialuppe aggiuntive sul Titanic prima dello scontro con l’iceberg: le 20 disponibili erano sufficienti per salvare solo 1178 passeggeri a fronte delle 2223 persone imbarcate e, a causa del panico ne furono effettivamente messe in salvo solo 705.

Anche il casco, le cinture di sicurezza e le assicurazioni dimostrano la loro utilità solo quando si verifica un incidente: tuttavia chiunque abbia un minimo di raziocinio si rende conto che è necessario predisporre i presidi di sicurezza prima che il disastro avvenga.

L’atteggiamento irresponsabile del governo in carica e l’informazione distorta dei media che lo supportano trasmette una falsa illusione di sicurezza (si guardi alla NADEF delle meraviglie che ipotizza una crescita mai vista, con finanza pubblica in ordine e redistribuzione sociale) sullo stato di salute del nostro paese: la situazione era grave prima della crisi sanitaria ed è peggiorata a causa dello shock inatteso. Per il momento beneficiamo di una tregua temporanea dovuta alle circostanze eccezionali, ma già a partire dal prossimo anno dovremo fare i conti con i problemi strutturali accumulati nel corso dei decenni.

Il MES, che già ora potremmo usare senza condizioni limitatamente alle spese sanitarie a costo inferiore a quello che paghiamo sul debito di pari scadenza, potrebbe venirci in soccorso nel momento in cui il nostro paese dovesse incontrare difficoltà a collocare i propri titoli sul mercato e questa circostanza diventa più vicina e probabile man mano che lo stato dell’economia peggiore e che il governo del paese rimane inadeguato.

E’ vero che ormai non conviene più ?

No, l’ultizzo del MES costa meno di quanto costa pagheremmo su titoli di analoga scadenza. Posto che stiamo attraversando una momento eccezionale e verosimilmente temporaneo, in cui l’accesso al mercato è particolarmente vantaggioso, si può dire che il risparmio in questo periodo sarebbe minore rispetto a qualche mese fa. Ma si tratta di un beneficio ancora esistente e negarlo è una forma grave di disinformazione.

Perchè tutto questo rumore mediatico?

Perché populisti e sovranisti non scelgono la strategia in base a cosa è razionale o cosa è conveniente per i cittadini (le loro prese di posizioni ideologiche, tra l’altro hanno un costo evidente in termini di maggior spesa per interessi sul debito), ma operando come una setta religiosa considerano come priorità tenere in vita una narrazione e cercare per quanto possibile di non smentire i dogmi su cui si fonda (salvo rimangiarseli quando gli fa comodo come per le alleanze, il divieto di ricandidarsi etc).

Quello che è bene che sappia il pubblico è che l’economia del nostro paese versa in condizioni gravi e che la prospettiva di un default sul debito, quando dovessero venire meno le circostanze straordinarie che oggi ci favoriscono, è una prospettiva sempre più realistica: si tratta di un elemento da tener presente a fronte delle sempre più frequenti sollecitazioni al risparmio privato fatte dal governo e dagli intermediari finanziari “di sistema”.

Riferimenti per approfondire:

Spazio Aperto – MES, con Costantino e Giampaolo Galli

Il MES: cos’è e come potrebbe essere utilizzato nell’attuale emergenza

Q&A sul MES

Il senso del M5S per il MES

Dal MES alla NADEF: il libro dei sogni quest’anno ha preso gli steroidi

Cos’ il MES? Cosa sono gli Eurobond? E Le condizioni?

Il MES ha generato la Grecia o la Grecia ha generato il MES?

MES si o MES no? Cosa (non) dicono certi politici N0 – MES

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2021-01-25 NPL News Update

La commissione per gli affari economici e monetari del parlamento europeo ha espresso un voto favorevole sull’introduzione di regole standard comuni a livello di Unione Europea per regolare il trasferimento di crediti deteriorati dalle banche agli acquirenti sul mercato secondario, proteggendo nel contempo i diritti dei debitori. Leggi l’articolo.

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Secondo il recente report Global M&A 2020 diffuso a livello internazionale da DLA Piper,  tra gli effetti del Covid-19 si registrerà un importante incremento delle operazioni di M&A, in modo particolare nel momento in cui verranno meno i sostegni finanziari offerti e messi in campo dai vari Governi. Leggi l’articolo.

Lo European Consumer Organisation, un organismo che mette insieme 44 associazioni di consumatori in 35 paesi ha recentemente sollevato dei dubbi sul nuovo piano elaborato dalla Commisione Europea  per la riduzione dei crediti non performing nell’area Euro. Leggi l’articolo.

La Commissione Europea ha presentato una strategia per prevenire un futuro accumulo di non-performing loans (NPLs) in tutta l’Unione Europea, come risultato della crisi del coronavirus. La strategia mira a garantire che le famiglie e le imprese dell’UE continuino ad avere accesso ai finanziamenti di cui hanno bisogno per tutta la durata della crisi. Leggi l’articolo.

Euro Service ha acquisito un portafoglio NPL composto da oltre 10.000 posizioni debitorie per un GBV complessivo di circa 87 milioni. Originator della transazione è Enel Energia SPA. Leggi l’articolo.

UBI Banca ha concluso una operazione di auto-cartolarizzazione trasferendo alla società veicolo Sirio NPL S.r.l. crediti Non Performing per un controvalore nominale (Gross Book Value) di circa 1,1 miliardi. Leggi l’articolo.

EthicalFin NPL ha annunciato il lancio di un programma di lending Crowdfunding realizzato attraverso la piattaforma Businesslending a partire dal prossimo 25 gennaio. A partire dall’11 gennaio è iniziato il periodo di coming soon, durante il quale è possibile registrarsi sulla piattaforma, prendere visione dei documenti e dei dati finanziari relativi al progetto e aprire il proprio portafoglio virtuale. Leggi l’articolo.

Il 29 gennaio, attraverso un evento live in partnership con il Gruppo Fire dagli studi di Class CNBC, ci sarà il primo CVSTREAMDAY: una TV and Digital conference in cui saranno diffusi in anteprima i dati del mercato NPE raccolti dall’Osservatorio NPE Market di Credit Village, che dal 1° gennaio 2016 censisce tutte le operazioni di cessioni di crediti deteriorati completate sul mercato italiano. Leggi l’articolo.

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Liberi Oltre POP: parità di genere nel modo dello spettacolo

La parità di genere nel teatro e nel cinema è l’argomento di questa puntata di Liberi Oltre POP con la partecipazione di tre rappresentanti dell’associazione Amleta.

Amleta è un collettivo di attrici nato per evidenziare e contrastare il divario e le discriminazioni di genere nel mondo dello spettacolo. Ex Tavolo di Genere A2U.

La redazione al completo (Marco Ardemagni, Costantino De Blasi e Massimo Famularo) incontrano Cinzia Spanò, Laura Tedesco e Ira Frontén, fondatrici dell’associazione Amleta.

Segui anche le altre rubriche che curo per il canale Liberi Oltre le Illusioni

Cronache dal Villaggio Globale prova a lasciare uno sguardo curioso fuori dalla bolla italiana con l’atteggiamento salutare di chi fa le domande senza pretendere di avere già la risposta.

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Why EU NPL plan is not a gift for vuture funds

The European Consumer Organization (BEUC, Bureau Européen des Unions de Consommateurs) expressed concern regarding the European Commission Action plan: “Tackling non-performing loans (NPLs) in the aftermath of the COVID-19 pandemic” released in December.

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While the Action Plan recognises the need to protect vulnerable borrowers – including by setting up an advisory panel of industry and consumer organisations – BEUC is concerned about EU plans to give debt collectors an EU-wide operating passport, but only to be supervised by their home country.

“Reducing the number of non-performing loans for the sake of financial stability should not come at consumers’ expense. When many consumers across Europe are struggling to keep on top of their loan repayments due to the pandemic, allowing debt collectors to act EU-wide with minimal oversight will drive vulnerable consumers into the clutches of vulture funds.

Monique Goyens,

BEUC recommendations on this topic:

  1. CREDIT INVESTORS AND DEBT COLLECTORS should not be given an EU passport if they are buying consumers’ non-performing loans
  2. CONSUMERS should be given the possibility to buy their own debt before it is sold to third parties at discounted prices
  3. CREDIT INVESTORS AND DEBT COLLECTORS should be strictly regulated to protect distressed borrowers from unfair treatment

Even though the protection of vulnerable clients is of course a reasonable issue, the concerns expressed and the “rhetoric” of the vulture funds appear to be based on a lack of knowledge of the dynamics underlying the credit management processes.

In the first place, the European Commission’s interest in the creation of a secondary market for impaired credits at European level and in the development of individual national markets has a clear and evident rationale:

  • the management of impaired loans is a non core business for financial intermediaries and when outsourced to specialized subjects it allows gains in effectiveness and efficiency
  • the disposal of the distressed credits is key tool mechanism to make banks’ balance sheets more transparent (it eliminates the risk of wrong forecast on expected recoveries on non performing loans )
  • competition between debt buyers and special servicers reduces their profit margins to the benefit of banks .

Therefore, allowing debt buyers and special servicers to operate and compete at across Europe helps banking sector to improve transparency and profitability (lower margin for service providers and debt buyers mean better economics for banks)

The second recommendation, that consumers should be given the possibility to buy their own debt before it is sold to third parties at discounted prices, cannot be applied for 2 main reasons. First and foremost, the moral hazard: accepting significant discounted payoff from delinquent clients would be a counterproductive strategy for lenders and dangerous incentive for debtors with performing claims that could be tempted to ask for the same benefit.

Secondly, you can’t sell the debts to delinquent borrowers because you cannot know in advance which ones are able and will be willing to pay. Debt buyers typically acquire portfolios composed by a large number of borrowers but are paid only by a small fraction of them. To find out which debtors are going to pay you need to run a workout process.

Finally the third recommendation seems to be redundant: most countries do have a strict regulation to avoid unfair treatment during credit collection process (e.g. Italian law on stalking) while ethical behavior codes and best practices are a top priority and a fundamental discussion within credit management industry.

In conclusion, the Commission’s program for the reduction of NPLs, especially in the part that favors the growth of secondary markets, does not constitute a threat to vulnerable consumers, but rather an important opportunity to improve transparency and resilience of banking sector in order to maintain its vital function to provide funding to to families and businesses.

Savethedate January 29th, there will be the first CVSTREAMDAY: a TV and Digital conference in which will be released a preview of the NPE market data collected by Credit Village’s NPE Market Watch . Read the article in italian.

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